«Il centrodestra riparte da Lanciano. Ah, saperlo. Antonio Razzi non lo sapeva». Sulle tante cose che non sa Antonio Razzi, senatore ex dipietrista e ora convintissimamente berlusconiano («Berlusconi è come la Ferrari», «Se Berlusconi me lo comanda sono pronto a votare Totò Riina»), si potrebbe scrivere un libro. Per esempio: dov’è Lanciano, di grazia? «Che ne so io di Lanciano, non so manco dove sta: per venirci ho dovuto mettere il navigatore». Non era Crozza che imitava Razzi, ma Razzi in persona, ed era proprio a Lanciano, quel sabato 19 settembre: parlava a un incontro ufficiale organizzato da Forza Italia, “Il centro destra riparte da Lanciano”. Gelo in platea, ovviamente tutta di lancianesi. Come, che ne so io di Lanciano? «E’ stato un apriti cielo. E qualcosa di più: un simpatizzante di Forza Italia, tale Tonino detto il Pesante per la corporatura e non per altro, ex pugile, si è avventato contro il senatore e avrebbe sicuramente menato le mani se non lo avessero fermato», riferisce in “Cose da Razzi” il blog  “maperò” della giornalista abruzzese Lilli Mandara.

Chiaro che, a Lanciano, Antonio Razzi rischia di non avere molti voti, alle prossime elezioni. Ma aspettate a ridere. Perché qui sotto, forse, c’è del genio. Prima del 19 settembre, infatti, Razzi a Lanciano c’era stato diverse volte: nel luglio dello scorso anno ci aveva portato l’ambasciatore della Corea del Nord in Italia, Kim Chun Guk; nell’aprile scorso, si era fatto notare allo stadio durante Lanciano-Pescara, incontro finito male (0-1) per un Lanciano che però, parola del senatore, «ha giocato bene e meritava il pareggio».

Perché, allora, sabato ha rischiato di farsi prendere a ceffoni da Tonino detto il Pesante? E, ancor peggio, giocarsi il voto di una città di 36 mila abitanti? Semplice: come Virna Lisi nella vecchia pubblicità di un dentifricio, con quella bocca Razzi ormai può dire ciò che vuole. Anzi, deve. E più grossa la spara, meglio è. Sulla sua ignoranza esibita («io Lanciano non so manco dove sta»), sul suo italiano sgrammaticato («quello che io faccio non ho mai pentito»), sulle sue grevità dialettali («fatti li cazzi tua»), persino sulla sua presunta corruzione a opera di Berlusconi («sono stato eletto senatore perché di fame si muore»), l’astuto Razzi, ex operaio tessitore ed ex emigrante in Svizzera, si è costruito un’epopea, una carriera e un business. Anche fuori dal Parlamento. «Quest’estate, tra Pescara e Francavilla, c’è stata gente, e non poca, disposta a pagare fino a 40 o 50 euro per avere l’onore di andare a cena con lui», racconta Lilli Mandara.  Cosa sono 40 o 50 euro, in fondo, per sentirlo raccontare dal vivo le sue visite ad Arcore, o per vederlo esibire in “Famme cantà”, la geniale canzone sulle sue gesta politiche che dal 18 febbraio a oggi ha avuto ben 224.784 visualizzazioni su youtube, più altre 1.682 nella versione Beach Remix? Di quella canzone è stato pure fatto un disco, che lui assicura venduto per beneficenza, e dalla canzone e dal disco sono nate pure delle serate in pubblico. Più che da politico, ormai, Razzi pensa e si muove da star.

Non si sa chi gli abbia ripulito l’italiano della sua biografia, “Le mie mani pulite” (edizioni Il Borghese). Sono però le sue sgrammaticature insistite (ci gioca, ormai) e la sua ignoranza esibita (idem) a fargli da vero marchio di fabbrica, quasi da testimonianza di autenticità. Razzi è un testimonial che può vendere di tutto, come il Montepulciano “dAbruzzo” o il Pecorino spumante che un’azienda abruzzese commercializza col suo nome, al grido di «Fatti una cantina di Vino Razzi tutta tua, così gli altri sono invidiosi!», «Poi glie lo rivendi a peso t’oro e questi… poh… poh…poh..», «Fai la crana a palate, altro che vitalizio!». Send’ammé.

A 14,90 euro la bottiglia il vino vende bene, tanto che da quest’anno Razzi firmerà pure una nuova linea di olio extravergine e di «prodotti di altissima qualità e prestigio, la Riserva del Senatore». Ma già pensa ancora più in grande. Libro, canzone, serate, commercio, politica, ancora non gli bastano: all’orizzonte ha agli affari con la Corea del Nord, di cui vanta urbi et orbi le «serre di pomodori grandissime, mai viste di così grandi» che i maligni scambiano «per lager».

E’ un grande amico del regime di Kim Jong-un, e agli amici assicura che, un giorno o l’altro, l’embargo contro Pyongyang finirà. Bene, quel giorno lui sarà lì, pronto a fare da tramite per gli imprenditori interessati a quel grande mercato vergine. Perché «Io mi faccio li cazzi mia». S’era capito, no? Anche se,  ripete lui, «disinteressatamente».