Sì, a via Nazionale si faceva del dossieraggio. Ovviamente illecito. Ma per i due responsabili, il generale Nicolò Pollari (nella foto), oggi consigliere di Stato e fino al 2006 direttore del Servizio Informazioni e Sicurezza Militare (Sismi), già inquisito e prosciolto per la “extraordinary rendition” di Abu Omar, e Pio Pompa, responsabile della sede dei servizi in via Nazionale 230, il tribunale di Perugia ha deciso il “non luogo a procedere”: le condotte illecite ci sono state, è possibile qualificarle come un vero e proprio abuso d’ufficio, ma il reato ormai è caduto in prescrizione. Con buona pace delle vittime a cui erano intestati i dossier trovati dai magistrati milanesi Armando Spataro e Nicola Piacente nel 2006, indagando sul sequestro dell’ex imam Abu Omar, rapito a Milano nel 2003 da uomini della Cia: decine di magistrati, giornalisti, politici, intellettuali, tutti possibili “nemici” dell’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, venivano sistematicamente spiati e dossierati, come si legge nel dispositivo della sentenza, attraverso «il procacciamento di informazioni da “fonti aperte” e da “non meglio precisate fonti personali” (queste ultime con “compensi imprecisati”)».

Parliamo di ben 200 magistrati di Milano, Palermo, Roma,Torino (da Ilda Boccassini a Edmondo Bruti Liberati, da Antonio Ingroia a Gherardo Colombo), ma anche siti “sospetti” come societacivile. it, manipulite. it, centomovimenti. it, associazioni come “Democrazia e Legalità” di Elio Veltri, e decine di giornalisti italiani e stranieri, tra cui Eric Jozsef, corrispondente da Roma di Liberation, Giulietto Chiesa, ex corrispondente da Mosca della Stampa, e soprattutto i fondatori del mensile “Voce della Campania”, Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola. Tutti sospettati, come titolava uno dei dossier custodito da Pompa, di far parte di un “Network telematico di delegittimazione del Premier (Berlusconi, ndr) e della sua compagine governativa”. Un network che andava non solo monitorato ma addirittura «disarticolato», con pesanti danni personali e professionali per le vittime: «in concomitanza con le condotte illecite di Pollari e Pompa, le vite dei vari dossierati (persone che non si conoscevano neanche tra loro) hanno subito una serie di accadimenti anomali», spiegava infatti l’avvocato Francesco Paola a ilFattoquotidiano.it all’inizio del processo perugino.

Libero Mancuso, giudice a Bologna, è stato per esempio sottoposto a vari procedimenti disciplinari davanti al Csm promossi dall’ex Guardasigilli Roberto Castelli, che gli ha negato così il via libera per la nomina di procuratore a Parma. «Ma l’unica vera colpa di Mancuso, che è stato sempre prosciolto da ogni addebito disciplinare, sembra essere stata quella di aver espresso dissenso pubblico sul conflitto d’interessi di Berlusconi». Ora Libero Mancuso (che nel frattempo ha lasciato la magistratura), insieme agli altri dossierati che si sono costituiti parte civile a Perugia, potrà chiedere di essere risarcito per i danni subiti a opera di pezzi dello Stato, ma sulla macchina del fango di via Nazionale rimangono ancora molti, troppi punti oscuri.

Come funzionava esattamente la fabbrica dei dossier gestita da Pompa, su mandato di Pollari, con le sue fonti personali «non meglio precisate» e retribuite con «compensi imprecisati»? Da dove venivano, e dove finivano, i soldi? Che ruolo aveva esattamente Renato Farina, l’ex direttore di Libero nonché ex parlamentare di Forza Italia, alias il famoso “agente Betulla, che a via Nazionale era di casa? Su questo il mistero continua. Il giudice Andrea Claudiani, chiudendo il processo a carico di Pompa e Pollari, non ha potuto infatti che prendere atto dell’«esistenza del segreto di Stato» che privava gli imputati della possibilità «di esercitare il diritto di difesa» su alcuni temi fondamentali del processo, tra cui «la provenienza delle somme erogate» all’agente Betulla e «le ragioni e finalità dell’erogazione».

Il segreto di Stato su tutta la vicenda risale addirittura al 2006, apposto prima da Romano Prodi, poi via via confermato da Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta. E, infine, dell’attuale presidente del Consiglio, Matteo Renzi, cui il magistrato perugino si era rivolto con una lettera il 4 maggio scorso (oggetto: il «procedimento penale n.5970/2009 n.r. – opposizione del segreto di Stato»), all’inizio del processo a carico di Pompa e Pollari. Partendo infatti dai dossieraggi (chi li ha ordinati, utilizzati e pagati? con quali soldi?) Claudiani informava Renzi che avrebbe voluto capire molto altro: se gli uffici di via Nazionale 230 ospitavano «una sede del Sismi o di altro soggetto pubblico e privato», e da chi era finanziata tale sede, se «dallo Stato o da altro ente pubblico italiano o straniero». E con quali risorse? Ufficiali o no? Per dirla più chiaramente: le somme «asseritamente erogate da Pompa Pio a Farina Renato» erano di «origine pubblica o privata o connesse ad operazioni di intelligence autorizzate dal Governo»? Chi ne era il vero «destinatario finale»? Forse le famose «erogazioni» in denaro avevano qualcosa a che fare con «accertamenti e indagini relativi alla cattura e/o all’omicidio di ostaggi italiani in Iraq», o riguardavano il periodo «in cui sono state condotte operazioni politico/militari in Iraq e in riferimento alla presenza italiana e/o di italiani in quel Paese, al tempo della “seconda guerra del golfo”»? Domande che resteranno ancora a lungo senza risposta.

Ma un primo passo avanti c’è stato, ieri, a Perugia. Dopo anni di rinvii, processi iniziati e abortiti, conflitti di attribuzione, silenzi e omissioni, il Comitato delle vittime di via Nazionale ha segnato almeno un goal importante: l’attività di dossieraggio, inizialmente qualificata come «peculato» (in Italia non esiste, infatti, il reato di dossieraggio) è stata riqualificata come «abuso d’ufficio» di cui però è stata dichiarata la prescrizione. Tra un mese ci sarà la motivazione della sentenza. Ma è presumibile che il gup Claudiani abbia giudicato le attività di Pompa & Co «del tutto estranee alle finalità istituzionali del Sismi, e dunque nessun segreto di Stato possa essere più invocato per coprirle o giustificarle», spiega Francesco Paola, che a nome del Comitato delle vittime ha chiesto da tempo udienza a Palazzo Chigi. «Il governo deve uscire dall’ambiguità: nulla, a questo punto, giustifica i silenzi e le omissioni sul dossieraggio di via Nazionale. Anzi. I silenzi dell’esecutivo e i molteplici conflitti di attribuzione sollevati da palazzo Chigi costituiscono esattamente quel tipo di condotte che la corte dei diritti di Strasburgo definisce di “ostruzione alla giustizia” ».