La terza via del Pd potrebbe chiamarsi Enrico Rossi. Il congresso è ancora lontano, per il momento è un’autocandidatura, accolta tra il silenzio, la freddezza, la prudenza. Ma il presidente della Regione Toscana insiste sull’ipotesi di formare un ticket con Matteo Renzi: lui segretario del Partito democratico, l’altro presidente del Consiglio. Rossi all’ultimo congresso ha sostenuto Gianni Cuperlo, è esponente mai pentito della sinistra del partito, da tempo si è definito un “comunista democratico“. Ma la sua corsa è lanciata. “La cosa mi interessa e sono disponibile: vedremo, i tempi sono ancora lunghi” ha ribadito per l’ennesima volta a SkyTg24. I tempi sono ancora lunghi, certo: “Sarà decisa il giorno in cui mi presenterò con un programma e con un manifesto di valori a tutti gli elettori e a tutti gli iscritti del Partito Democratico. Penso di poter dare, nel dibattito politico, un contributo. Valuterò, al momento in cui si aprirà la corsa per la segreteria, la necessità, l’opportunità di candidarmi”. Quanto a Renzi, “non so come l’ha presa, voglio stare nel dibattito politico nazionale. Sono convinto che Renzi stia cercando e in parte riuscendo a cambiare questo Paese e debba essere aiutato. La mia posizione, il mio profilo culturale, non è quello di Renzi”.

Quello che può sorprendere, infatti, è che Rossi sulla carta è un anti-renziano. Ma nell’ultimo anno ha dimostrato “senso di comunità”, sostenendo il governo in molti passaggi delicati, come il Jobs act, l’Italicum, la riforma del Senato. Anche criticando a distanza la strategia e l’atteggiamento della minoranza che per comodità viene definita “bersaniana” e “dalemiana”. Proprio nella sua prima uscita sulla sua possibile candidatura, un’intervista alla Stampa, Rossi non aveva solo fatto un appello a “evitare scontri e prove di forza”. A partire proprio dal Senato, che la sinistra del partito vorrebbe “elettivo”: “Un Senato a elezione diretta non è più un Senato dei territori!” aveva risposto Rossi. E alla minoranza aveva mandato a dire: “Da oltre trent’anni discutiamo del superamento del bicameralismo perfetto – aveva aggiunto – Queste materie, per loro natura, sono tali che si può sempre fare di meglio, ma a un certo punto arriva anche la necessità di chiudere”. Più chiaramente: “C’è un vincitore del congresso e su questo non si può scherzare: si propone lealmente il proprio contributo e poi si vota in materia unitaria”. Quell’intervista finiva con un appello ecumenico: Rossi consigliava “al governo più sobrietà nel comunicare i risultati, attenzione a non rappresentare il Paese diverso da quel che è” e alla minoranza “più disponibilità, a volte sembra animata da un pregiudizio”.

Da una parte il partito sta in silenzio. Dall’altra c’è il segretario toscano del Pd, renzianissimo, il deputato Dario Parrini che prima risponde che “la priorità oggi sono le riforme, in Toscana e in Italia: non la competizione interna al Pd che diventerà attuale tra un paio d’anni almeno” e poi ammette, in un’intervista a Toscana Tv, che “nell’area di sinistra del partito, quella che al congresso del 2013 ha sostenuto la candidatura di Gianni Cuperlo c’è un grande fermento in questo momento. Ci sono personalità che stanno manifestando aspirazioni nazionali: penso a Speranza, Martina, Orfini, Orlando, Zingaretti. Tra questi non mi sorprende vedere Enrico Rossi, del quale ho potuto apprezzare autonomia e spirito costruttivo come presidente della Regione e anche come dirigente politico. Enrico ha portato avanti il suo lavoro con serietà, nella diversità siamo riusciti a collaborare molto bene in Toscana, quindi comprendo che possa avere aspirazioni nazionali, è legittimo”. Quanto alla possibilità di un ticket Renzi-Rossi, Parrini risponde che “ad oggi è impossibile” per statuto che prevede “la coincidenza segretario-candidato presidente del Consiglio”. E Rossi sembra prendere qualche frustata anche da sinistra, quella fuori dal Pd: “Caro Enrico Rossi – scrive Stefano Fassina su Twitter – su cosa sfidi Renzi a congresso Pd? Sei sempre con lui: JobsAct, scuola, Italicum e Senato, tagli a Sanità. Coerenza!”.

Per capire che fine ha fatto la minoranza del Pd servirebbe una mappa. I Giovani Turchi per esempio sono entrati in maggioranza (Matteo Orfini è presidente del partito, Andrea Orlando è ministro guardasigilli), i bersaniani-dalemiani (insieme ad ex Margherita come Rosy Bindi o Francesco Boccia) fanno opposizione a tutto campo e su molti provvedimenti “caratterizzanti” per l’esecutivo proprio come la riforma del lavoro o come le riforme istituzionali. C’è infine un pezzo di minoranza che prova a tenere un atteggiamento “alla Rossi”: per esempio i suoi colleghi presidenti di Regione Nicola Zingaretti e Michele Emiliano, che pure non nascondono ambizioni di salire a responsabilità nazionali. “Vedremo – ha detto giorni fa Parrini – certamente io apprezzo l’atteggiamento di Rossi: su tante cose di strategia politica io e lui la pensiamo in maniera diversa, ma sulle questioni di merito spesso convergiamo. Ha un profilo autonomo ma costruttivo. E poi trovo positivo che il suo dichiararsi non renziano non scada mai in comportamenti alla Gotor. Mi pare una gran cosa”.