Una notte senza musica, con le luci stroboscopiche spente, l’acqua minerale al posto dei cocktail e file di sedie sistemate sulla pista da ballo. Di serate così la piramide di vetro del Cocoricò ne ha viste poche. Abituata a vibrare per i decibel, martedì 11 agosto, invece, ha fatto da sfondo a un ordinato confronto sull’utilizzo di stupefacenti e sul contrasto alle droghe. Un’iniziativa pensata e promossa dai gestori della discoteca di Riccione, a meno di un mese dalla morte del 16enne per overdose di ecstasy. E che ha aperto una parentesi (lunga il tempo di un dibattito) nei 4 mesi di silenzio e di stop imposti a inizio agosto dal questore di Rimini, Maurizio Improta

“Non siamo qui per chiedere di riaprire il Cocoricò – ha voluto mettere in chiaro il manager Fabrizio De Meis – ma per dire quello che abbiamo sempre detto in questi tre anni: no alla droga, no allo sballo. Oggi il problema più grande è far capire ai giovani che quando prendono una pastiglia è come se prendessero una pallottola, la mettessero dentro una pistola e giocassero alla roulette russa: oggi vivo, domani muoio. Non riusciamo a fargli capire il rischio che corrono”. E poi ha aggiunto: “Non sfidiamo nessuno. Questa deve essere l’opportunità di essere tutti uniti, perché il problema della droga si può combattere solo con l’aiuto di tutti. Basta cercare colpevoli facili basta dare del colpevole alle discoteche, ai politici, alle famiglie”.

Studiata in ogni particolare, la serata era intitolata “Spegniamo la droga. La musica saranno le parole”. Un modo per fare informazione, ma anche per ricostruire l’identità e scrollarsi di dosso l’immagine di un locale additato da molti come piazza di spaccio. E l’idea ha premiato, almeno dal punto di vista della partecipazione: almeno 600 le persone arrivate per aderire all’iniziativa. Un pubblico trasversale, composto da genitori accompagnati dai figli adolescenti, frequentatori abituali del locale. Ma anche da ragazzi più grandi, alcuni con la t-shirt nera con la scritta “Basta. #nonsipuomorirecosi”, targata Cocoricò. Presenti anche diversi consiglieri comunali di Riccione e il presidente dell’Arcigay di Rimini, Marco Tonti. Tutti in silenzio, seduti sulle sedie o ai bordi della sala, per ascoltare gli interventi degli ospiti.

A parlare per prima, dal palco dove solitamente si posizionano i dj dietro alla loro consolle, è stata Giorgia Benusiglio, una ragazza di 33 anni che nel 1999 rischiò di morire proprio a causa di una pastiglia di ecstasy. Oggi vive con un fegato non suo. E dopo mesi in ospedale e cure infinite, da 10 anni porta il racconto del suo calvario nelle scuole, nelle comunità e ovunque richiedano il suo contributo. Anche davanti al pubblico riunito sotto la piramide di vetro del Cocoricò ha ripercorso, senza troppi filtri, la sua parabola. “Avevo 17 anni quando una mezza pastiglia di ecstasy ha cambiato per sempre la mia vita: mi sono ritrovata nel giro di una settimana con il fegato in necrosi, costretta al trapianto. Ora sono una paziente a vita: prendo immunosoppressori, faccio esami una volta al mese e check up ogni tre mesi”. Ma sulla chiusura delle discoteche non ha dubbi. “Non serve. La responsabilità è di tutti, a partire dai genitori, dagli insegnanti e dalle istituzioni. E solo uniti, con un unico obiettivo, possiamo ottenere qualcosa. Singolarmente invece si può fare ben poco”.

Introdotti dal Principe Maurice, icona delle notti fin dagli anni Novanta, si sono poi alternati il parlamentare di Forza Italia, Paolo Francesco Sisto, promotore di una proposta di legge che prevede anche un Daspo, il ‘Dab’, per le discoteche, Giampietro Ghedini, della Fondazione Pesciolinorosso, e dj Ralf, che al Cocoricò è di casa e che fin dall’inizio ha sempre preso le difese della discoteca romagnola.