Non si può certo dire che sia stata una sorpresa. «Su temi come la Rai, la Sanità e la riforma costituzionale l’incidente è sempre possibile», aveva detto a ilfattoquotidiano.it il dissidente del Pd, Corradino Mineo, commentando il colpo di scena di  lunedì a Palazzo Madama sul ddl Enti locali quando in Aula era mancato per ben quattro volte il numero legale. E, puntualmente, il bis è andato in scena tre giorni dopo. Quando la convergenza tra la minoranza dem e le opposizioni ha mandato sotto il governo sulla delega in materia di riforma del canone Rai. Ma se la posizione assunta dalla sinistra del Pd era ben nota, molto più clamore ha provocato quella dei senatori del gruppo dei fuoriusciti da Forza Italia guidato da Denis Verdini. Con i loro voti avrebbero potuto evitare l’ennesima figuraccia alla maggioranza, invece hanno contribuito a propiziarla.

VERDINIANI ANTICANONE Eppure, a sentire Vincenzo D’Anna, verdiniano della prima ora e componente di Alleanza liberalpopolare e autonomie (Ala), il neonato gruppo del Senato, c’è poco di cui stupirsi. «Perché se fossimo stati tutti presenti, anziché due i voti contrari sarebbero stati dieci – assicura –. Dinanzi ad un provvedimento adottato inaudita altera parte, del resto, non potevamo che comportarci da opposizione». Replica indiretta a chi continua a raffigurare Ala come la stampella del governo Renzi: «Noi consideriamo anacronistici tanto il centrodestra, dove s’avanza la leadership di Salvini, quanto il centrosinistra, dove si accentua la divaricazione tra il presidente del Consiglio, che ha capito che o riforma lo Stato o finisce nella palude del tirare a campare, e la minoranza interna». Un contesto nel quale agitare lo spauracchio dei verdiniani conviene a tutti, osserva D’Anna: «A Renzi, secondo alcuni, perché ci userebbe come clava contro i dissidenti del Pd e ai dissidenti che, accusandolo di volerci portare in maggioranza, puntano a restaurare lo status quo ante». Ma la verità è un’altra, assicura il senatore di Ala: «Noi siamo opposizione, diversamente saremmo entrati nel governo». Quanto alla posizione sulla riforma Rai, la contestazione è nel merito. «Se l’obiettivo è quello di sottrarre la tv pubblica al controllo della politica, allora non è pensabile un sistema di finanziamento in base al quale i due terzi delle risorse destinate a Viale Mazzini arrivano dallo Stato attraverso il canone – conclude D’Anna –. Se i cittadini continuano a metterci i soldi, credo sia giusto che il Parlamento continui a metterci il naso».

RISCHIO LOTTIZZAZIONE Resta, da capire come i verdiniani si posizioneranno nella partita che si aprirà martedì per il rinnovo del Cda Rai che, per volontà del governo, sarà nominato con la vecchia legge Gasparri (7 consiglieri eletti dalla commissione di Vigilanza). «Credo sia palese che con la loro assenza mercoledì stiano cercando di alzare la posta nei confronti del governo», osserva un autorevole esponente della minoranza dem. Magari strappando un posto nel prossimo cda di Viale Mazzini? Un’ipotesi che un altro illustre esponente di Ala come Antonio Scavone, componente peraltro della commissione di Vigilanza, derubrica a «gossip». «L’unica speranza che nutriamo è che alla fine vengano scelte 7 figure con un curriculum importante, tale da poter rappresentare al meglio l’azienda», dice il senatore siciliano. Certo è che il rischio lottizzazione sia nuovamente in agguato. Anzi, a sentire i ragionamenti delle ultime ore nei corridoi della commissione di Vigilanza sembrerebbe addirittura scontata. Non a caso non manca chi, tra i commissari, si dice certo che Renzi, una volta deciso di rinnovare il Cda con la vecchia Gasparri, garantendosi quindi la maggioranza in consiglio, abbia di fatto perso la voglia di accelerare sulla riforma. D’altra parte, se come lo stesso premier ha affermato, l’idea è quella di superare l’incidente di Palazzo Madama sulla delega al governo in materia di canone correggendo il testo alla Camera, i tempi sembrano destinati ad allungarsi. Essendo in questo caso necessario il ritorno del provvedimento in Senato.

AD PLENIPOTENZIARIO Ma quali sono i contenuti del testo approvato a Palazzo Madama (non senza modifiche significative rispetto alla versione originale) con 142 voti favorevoli e 92 contrari? La prima novità di rilievo è quella relativa alla creazione della figura dell’amministratore delegato, che sarà nominato dal consiglio di amministrazione su proposta dell’assemblea dei soci (dunque del Tesoro) e resterà in carica per tre anni. Secondo quanto previsto dal provvedimento, inoltre, l’ad non potrà cumulare cariche in società concorrenti né essere in conflitto di interessi e risponderà al Cda sulla gestione aziendale, sovrintendendo all’organizzazione e al funzionamento dell’azienda nel quadro dei piani e delle direttive definite dal consiglio stesso. Potrà anche nominare i dirigenti – ma per le nomine editoriali dovrà avere il parere favorevole del Cda – e avrà la massima autonomia sulla gestione economica. La seconda riguarda proprio i nuovi consiglieri, la cui nomina dovrà avvenire, secondo quanto stabilito da un emendamento del forzista Lucio Malan, favorendo la presenza di entrambi i sessi. Il loro numero si ridurrà da 9 a 7, che saranno eletti dal Parlamento (due componenti da Montecitorio e due da Palazzo Madama), dal Consiglio dei ministri su proposta del ministero dell’Economia (altri due) e dall’assemblea dei dipendenti della tv pubblica (uno). La nuova formula di elezione del Cda andrà però a regime solo fra tre anni, cioè quando scadrà il prossimo consiglio che sarà scelto la prossima settimana in base ai dettami della vigente legge Gasparri. Non tutti, dice comunque il provvedimento, potranno sedersi nella cabina di regia di viale Mazzini. Infatti resteranno fuori gli esponenti del governo (ministri, viceministri e sottosegretari) più coloro che abbiano ricoperto tali cariche nei dodici mesi precedenti la nomina. Viene inoltre posto un tetto agli stipendi dei manager e dei consulenti. Ma non a quello dell’amministratore delegato.

PRESIDENTE DI GARANZIA Non solo. Grazie ad un emendamento di Forza Italia è stata infatti introdotta la figura del presidente “di garanzia”, che verrà nominato dal Cda tra i suoi membri ma dovrà ottenere il parere favorevole della commissione di Vigilanza con i due terzi dei voti. L’articolo 1 prolunga invece da tre a cinque anni la disciplina dei contratti per lo svolgimento del servizio pubblico e potenzia il ruolo del Consiglio dei ministri, che delibererà indirizzi prima di ciascun rinnovo del contratto nazionale di servizio. Un altro articolo, il 3, prevede invece la deroga, rispetto all’applicazione del codice dei contratti pubblici, per i contratti aventi per oggetto l’acquisto, lo sviluppo, la produzione o la commercializzazione di programmi radiotelevisivi, e i contratti aventi ad oggetto lavori, servizi e forniture di importo inferiore alle soglie di rilevanza. Mentre l’articolo 5 prevede una delega per il riordino e la semplificazione dell’assetto normativo. Soppresso, infine, l’articolo 4, che conferiva una delega al governo per revisionare la disciplina in materia di finanziamento del servizio pubblico e che ieri ha visto la maggioranza uscire sconfitta dall’Aula (121 a 118). Si tratta comunque di un capitolo che sarà approfondito corso dell’esame alla Camera, previsto dopo la pausa estiva. Come ha lasciato intendere il sottosegretario alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli.

 

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