Il futuro di Roma “sembra lontano”, “stropicciato da polemiche senza fine. La Capitale d’Italia non si merita questo”. E a fronte di questo ora “tocca al sindaco”: “Dia un segnale!”. E ancora: “Se ne sarà capace, avrà il nostro appoggio”, ma deve dimostrarsi “all’altezza di una sfida da vertigini”.

Così Matteo Renzi dalla prima pagina del Messaggero si rivolge direttamente a Ignazio Marino, nel giorno in cui il primo cittadino di Roma presenterà la nuova giunta, senza Sel. Il premier, che martedì era atteso alla Festa dell’Unità al parco delle Valli ma ha preferito andarci lunedì sera, rinunciando al comizio e limitandosi a un giro tra gli stand, scrive che Palazzo Chigi “è disponibile a verificare i progetti che la città vorrà proporre” e “studiare tutte le soluzioni praticabili per rilanciare Roma, vetrina e biglietto da visita per il Paese”. Ma sta al chirurgo dem, che “ha avuto il grande onore di rappresentare la Capitale nel mondo”, la responsabilità di “presentare progetti credibili e concreti, dalla visione strategica fino alle buche per le strade o alla pulizia dei tombini quando piove”. 

“Questo è il bello dell’elezione diretta: hanno scelto te, non puoi far governare un altro”, è la constatazione vagamente minacciosa dell’ex sindaco di Firenze. Dunque “decida l’amministrazione comunale su quali progetti coinvolgere i cittadini e chiamare a raccolta le istituzioni, a cominciare dalla Regione, il cui Presidente si è mostrato sensibile e attento”. Dal canto suo il presidente del Consiglio sostiene che il governo è pronto “sul Giubileo, sulle Olimpiadi, sulle infrastrutture, sulle periferie, sulle aziende partecipate“. Leggi Atac, la società del trasporto pubblico in dissesto e di cui Marino ha azzerato il cda auspicando l’intervento di “privati”. Ma “dal Comune arrivino proposte, non polemiche a distanza”.

Poi Renzi riesuma l’abito del rottamatore per chiedere che “si interrompano una volta per tutte le manovre di piccolo cabotaggio figlie di una cultura politica vecchio stampo, che dovrebbe essere superata”. “Roma se lo merita. E i suoi abitanti si meritano un futuro all’altezza dei propri sogni più belli“. Refrain, quest’ultimo, mutuato da una canzone di Ligabue e molto amato dal premier: l’ha detto nell’agosto 2013, candidandosi a segretario nazionale del Pd, l’ha ripetuto a maggio 2014 commentando i risultati delle Europee e l’ha ribadito un mese dopo presentando in Parlamento le linee programmatiche del semestre Ue. In quel caso i “sogni” erano quelli di tutti gli italiani, ora sono quelli dei romani. O quel che ne resta.