Il Pd e il sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi l’hanno bocciata definendola un’operazione troppo rischiosa a livello economico, ma per i comitati che da anni si battono per far ritornare l’acqua un bene pubblico la ripubblicizzazione del servizio idrico è un investimento che porterebbe benefici concreti e duraturi a tutti i Comuni reggiani. A confermarlo sarebbe lo studio di fattibilità che quattro anni fa, all’indomani del referendum sull’acqua pubblica, era stato commissionato dagli amministratori emiliani all’allora assessore provinciale Mirko Tutino, e che invece la direzione del Pd, dopo le promesse e l’impegno a rispettare l’esito del referendum, ha rigettato senza appello. L’analisi, commissionata alla società Agenia a un costo di circa 40mila euro da Agac Infrastrutture (partecipata dei Comuni e proprietaria delle reti idriche del territorio), prendeva in considerazione l’ipotesi di una società pubblica per la gestione dell’acqua e la presa in carico del servizio che ora è in mano alla multiutility quotata in Borsa Iren.

Investimenti e tariffe
Ma quanto costerebbe l’operazione? Secondo il piano industriale di fattibilità redatto da Agenia e pubblicato da ilfattoquotidiano.it, il fabbisogno finanziario iniziale sarebbe di circa 127-130 milioni di euro. Si tratta della somma del terminal value pari a 102 milioni di euro, ossia l’indebitamento per investimenti effettuati in questi anni da Iren sulle reti idriche a cui dovrebbe subentrare la newco pubblica, e della spesa di circa 25 milioni per i costi annuali. Nei primi sei anni l’investimento annuo si dovrebbe aggirare infatti intorno ai 23,3 milioni di euro, per poi scendere dal 2022, con una media di 20 milioni nell’arco di piano dei 25 della durata della concessione. Come evidenzia lo studio però, a fronte dell’investimento, i Comuni a fine concessione avrebbero disponibilità liquide pari a circa 100 milioni di euro, che potrebbero essere destinati a ulteriori progetti e lavori. A questi, si aggiungerebbe un valore di 320 milioni di euro sugli asset e di 376 milioni di euro sul patrimonio nella newco. “Un valore che andrebbe ai Comuni, nel caso la scelta fosse quella di ripubblicizzare il servizio – spiegano Tommaso Dotti ed Emiliano Codeluppi del comitato Acqua bene comune – ma che invece potrebbe finire anche a una società esterna o, nel caso di Iren, a una Spa quotata in Borsa”.

C’è anche un altro aspetto, sottolineato dai comitati: il nuovo gestore dovrebbe corrispondere al precedente, ossia Iren, 190 milioni di euro tra investimenti non ancora ammortizzati e il fondo di ripristino beni terzi di 90 milioni legato all’utilizzo delle reti idriche comunali. I 90 milioni sarebbero destinati ad Agac Infrastrutture (di cui Reggio Emilia detiene il 55 per cento delle quote) e in caso di un servizio in house dovrebbero essere reimmessi nel servizio idrico. Con gara pubblica invece la liquidità tornerebbe in pratica nelle disponibilità degli enti, e non essendo vincolata potrebbe essere utilizzata anche per altre operazioni. L’aggravante è anche il fatto che Agac ha un debito da ripianare di circa 58 milioni, coperti in parte finora grazie al canone di 6,9 che Iren corrisponde annualmente per l’utilizzo delle reti, e anche per questo i Comuni potrebbero avere un vantaggio nell’affidare a un privato il servizio.
Per quanto riguarda le tariffe, che a Reggio Emilia si collocano in una fascia medio-alta, nello studio si parla di uno sviluppo dal 2016 con un incremento iniziale determinato dai minori volumi e dai conguagli del 2014 e con un trend crescente, che però, sottolinea il documento, si verificherebbe anche con altre forme di affidamento.

Aspetti positivi vs rischi
Dopo aver analizzato la situazione attuale, ricordando l’organico di 313 unità impiegate da Iren per il servizio, il dossier elenca gli aspetti positivi e quelli negativi. Tra i primi vi è l’elevato know-how industriale già esistente che verrebbe preservato, il controllo diretto della gestione, dai costi agli investimenti da parte degli enti locali, e ancora la maggiore trasparenza, oppure la possibilità di minimizzare il margine di redditività o di reinvestire gli utili in investimenti o a favore della riduzione della tariffa. Proprio per quanto riguarda le tariffe, esse “risultano adeguate alla copertura dei costi del capitale e dei costi operativi” si legge, ma in ogni caso l’analisi apre anche alla possibilità di fare retromarcia e di “reversibilità del processo in caso di risultati negativi” proprio attraverso una nuova gara.

Per gli aspetti negativi, si ravvisano i rischi della gestione del business e quelli legati alla fase di avvio e al consolidamento della gestione attraverso la scelta di un management adeguato, la dimensione aziendale ridotto più esposta a imprevisti, l’impossibilità di diversificare il rischio gestionale e infine gli aspetti normativi riguardanti il consolidamento del bilancio delle partecipate e degli enti pubblici.

La retromarcia e le alternative
I comitati per l’acqua pubblica sperano ancora: fino al 30 settembre infatti i comuni potranno decidere quale strada intraprendere, anche se il percorso verso una nuova gara pare già segnato. Dopo che il direttivo del Pd ha bocciato lo studio commissionato a Tutino, l’assessore, che proprio in questi stessi giorni nel 2014 parlava delle vittorie elettorali nel reggiano, tra cui quella di Vecchi, come di “un nuovo e più forte impulso al percorso” proprio perché “le maggioranze uscite da questa tornata elettorale avevano, per la quasi totalità, la ripubblicizzazione dell’acqua tra i propri punti programmatici”, non è più tornato sull’argomento e gli enti hanno cercato di voltare pagina in fretta. Così, non si sono fatti nemmeno troppi raffronti tra gli impegni economici delle altre alternative contemplate: quella di una società mista pubblico-privato, che potrebbe essere avviata proprio con la base finanziaria dei 90 milioni del fondo di ripristino beni terzi, e quella del rinnovo di una gara esterna. Secondo il direttivo Pd i numeri dello studio, relazionati alla legge di stabilità, metterebbero infatti a repentaglio l’equilibrio economico-finanziario di numerosi Comuni. “Motivazioni pretestuose”, ha attaccato il Tavolo no multiutility, perché secondo la legge di stabilità nel caso di un affidamento in house, il Comune non dovrebbe accantonare la somma tutta in una volta, ma nel consolidamento del bilancio l’impegno economico e quindi l’indebitamento equivarrebbe soltanto al capitale investito nella società. “I veri motivi – aggiunge Francesco Fantuzzi – sono il diktat di Delrio e di Iren, il cui bilancio e i cui margini assai risicati dipendono disperatamente dal servizio idrico, guarda caso settore non a mercato”.