La ristrutturazione del debito greco potrebbe esserci se Atene uscisse dall’euro per cinque anni. Questo l’unico compromesso possibile secondo il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble che ha proposto una Grexit a tempo come condizione per una revisione della posizione debitoria del Paese. La proposta contenuta in un documento del ministero delle Finanze tedesco, è stata diffusa sabato pomeriggio dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung am Sonntag proprio mentre era in corso la riunione dell’Eurogruppo per valutare la possibilità di aprire un nuovo negoziato con Atene. La strada tedesca per la Grecia, secondo quanto riferisce il quotidiano di Francoforte, segue la bocciatura delle ultime proposte di Tsipras da parte di Berlino. “Mancano ambiti centrali di riforma per modernizzare il Paese – si legge in una posizione del ministero di Schaeuble – e produrre crescita e sviluppo sostenibile nel lungo periodo”. Dunque in questi termini mancano “i presupposti per un nuovo programma di aiuti basato su 3 anni”. Da qui le due alternative: migliorare radicalmente le proposte di riforme o lasciare “temporaneamente” l’euro e ristrutturare il debito pubblico, rimanendo membro dell’Unione europea e beneficiando di aiuti umanitari, tecnici e per la crescita. Nel documento il ministero tedesco suggerisce inoltre che Atene, nell’ambito dell’ipotesi di un miglioramento del piano di riforme, trasferisca beni per 50 miliardi di euro a un fiduciario, che si occupi di gestirli utilizzando gli introiti per ridurre il debito secondo un meccanismo che ricorda da lontano quello delle bad company.

Benché secondo fonti diplomatiche Ue citate dall’Ansa l’idea di una Grexit a tempo sia “legalmente infattibile, senza senso economico e non in linea con la realtà politica”, le affermazioni di Berlino pesano come pietre su una partita di per sé molto complessa in cui di legale c’è ben poco visto che il quadro giuridico dell’Eurozona non contempla nulla di simile al caso ellenico. E intanto il nuovo piano di riforme di Atene, presentato dopo la vittoria del no al referendum e appena “ratificato” dal Parlamento ellenico (con qualche cicatrice per il governo Tsipras), non ha reso più snelle le trattative tra la Grecia e i suoi creditori. L’Eurogruppo cominciato nel pomeriggio di sabato è partito in modo schizofrenico. Da una parte componenti della commissione come Pierre Moscovici (che ha la delega agli Affari economici) e Valdis Dombrovskis (che è vice di Jean-Claude Juncker) che hanno parlato di “gesto importante” della Grecia e di “progressi e volontà di raggiungere un accordo”. Parole alle quali vanno aggiunte le fonti delle ore precedenti alla riunione che parlavano di piattaforma “sufficientemente buona” per un nuovo finanziamento da 74 miliardi che però necessita di “misure supplementari”.

Dall’altra parte, però, ci sono le dichiarazioni ben più nette dei ministri dei Paesi “nordici”, che da sempre sono i principali “accusatori” nei confronti di Atene. E sono dichiarazioni non tecniche ma politiche. A partire da quelle dello stesso Schaeuble: “Non vedo come potremo raggiungere facilmente un accordo – ha detto entrando alla riunione dell’Eurogruppo – il governo greco ha fatto di tutto per minare la fiducia”. I negoziati saranno “incredibilmente difficili”, ha aggiunto, perché le cifre delle proposte greche “non sono credibili”. Berlino è seguita in questa posizione rigida da Olanda e Belgio. “Il piano è debole in alcune aree – ha detto il viceministro delle finanze olandese Eric Wiebes – cominceremo i negoziati quando tutte le condizioni saranno riempite, ma c’è seria preoccupazione sull’attuazione visto che i greci stanno proponendo qualcosa che una settimana fa era stata rigettata al referendum”. “E’ stato fatto un passo nella giusta direzione ma non ci siamo ancora”, ha dichiarato il primo ministro belga Charles Michel, per questo “spero che le prossime ore saranno l’occasione per ognuno di continuare ad avvicinare i punti di vista perché ci sia un accordo e la stabilità”.

Così, infine, la situazione è fotografata dalle dichiarazioni di Jeroem Dijsselbloem (che guida l’Eurogruppo, cioè i 18 ministri dell’Economia dei Paesi con la moneta unica) e dal ministro Pier Carlo Padoan. Il primo ha avvertito che “sarà un incontro abbastanza difficile, ancora non ci siamo, ci sono molte critiche alle proposte greche sulla sostanza e un grosso problema di fiducia” e per questo il governo greco dovrà dimostrare “grande impegno per ricostruire la fiducia”. Il secondo ha confermato che difficilmente si troverà un punto d’incontro entro la giornata di sabato 11 e che tutto proseguirà domenica. La riunione dei ministri andrà avanti fino a notte fonda se non verrà addirittura aggiornata a domenica mattina.  Secondo quanto trapelato in una pausa, i ministri delle finanze dell’eurozona e le istituzioni creditrici hanno chiesto al governo greco di correggere alcune delle misure proposte nel piano di riforme, giudicate non sufficienti alla luce del deterioramento delle condizioni economiche della Grecia nelle ultime settimane.  Inoltre l’Eurogruppo chiede garanzie sull’attuazione delle riforme proposte, che ci sia almeno un calendario vincolante con le date dell’approvazione delle misure in Parlamento. Secondo alcune fonti, i ministri stanno lavorando ad una lista di misure che la Grecia dovrà approvare anticipatamente già la prossima settimana, tra cui riforma dell’Iva, abolizione delle baby pensioni, abolizione del monopolio di Stato e liberalizzazione delle licenze tv e privatizzazioni.

Intanto però il tempo a disposizione degli istituti di credito ellenici è sempre meno. Lo sanno bene ad Atene dove si ammette che senza un’intesa gli sportelli chiusi ormai da due settimane non riapriranno e potranno farlo solo se si arrivasse ad un accordo. Senza, invece, il rischio collasso per le banche greche è sempre più concreto con evidenti ripercussioni su tutto il Vecchio Continente. Dei fondi di salvataggio per Atene, se si arrivasse a un accordo, 25 miliardi di euro sarebbero necessari per ricapitalizzare le banche greche che sono vicine al collasso, hanno fatto sapere in serata fonti vicine al dossier. Si tratta di oltre il doppio della quantità che Atene aveva nei fondi di stabilità finanziaria alla fine di giugno. La maxi-ricapitalizzazione sarebbe necessaria per i massicci deflussi di capitale prima che il 29 giugno fossero imposti controlli. Secondo le fonti di Fmi e Ue che hanno esaminato i conti pubblici greci, a fronte di una richiesta all’Esm per 53,5 miliardi di euro, il fabbisogno finanziario della Grecia per i prossimi tre anni sarebbe di 74 miliardi di euro, mentre altri 8 miliardi potrebbero essere necessari come ‘prestito ponte’, portando il totale delle necessità a 82 miliardi di euro.

A far suonare l’allarme sono stati anche Bce, Ue ed Fmi, secondo i quali “un incontrollato collasso del sistema bancario greco come debitore sovrano porterebbe dubbi significativi sull’integrità dell’eurozona nel suo insieme”, come si legge in un documento congiunto citato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung am Sonntag. Nonostante il blocco dei capitali, riferiscono fonti bancarie, il sistema che al momento si regge sul filo della liquidità di emergenza fornita dalla Bce, ha continuato a perdere 100 milioni di euro al giorno. E per mantenere un minimo di normalità di funzionamento, la Banca di Grecia sta coordinando i trasferimenti di liquidità tra le banche greche. Ma intanto, secondo quanto riferisce una fonte bancaria al Financial Times, gli esecutivi degli istituti si stanno preparando allo scenario peggiore: che prevede la vendita delle attività all’estero ed il recupero di almeno 30 miliardi cancellando azioni o bond in mano agli azionisti. Non sono esclusi prelievi forzosi sui conti oltre i 100mila euro, ma secondo gli analisti sarebbe misura poco efficace: dei 120 miliardi totali di depositi, solo 30 miliardi sono in conti di grandi dimensioni e circa 20 sono rappresentati dal capitale delle piccole e medie imprese. Col risultato che un prelievo sarebbe un ulteriore colpo all’economia greca già in ginocchio.