“Vedo il treno che sta partendo, il mio biglietto è valido, ma mi dicono che non posso salire: non faccio più in tempo”. Quella di Fabio Iuliano non è una storia unica – “decine di persone sono nelle mie stesse condizioni e ci sono altri casi più critici” – e riguarda le 100mila assunzioni indicate dal governo Renzi nel pacchetto sulla Buona Scuola. Per salire su quel treno Fabio avrebbe dovuto sciogliere la riserva, ovvero conseguire l’abilitazione, entro il 30 giugno. Ma il corso del Miur che gli permetterebbe di farlo all’Università di Chieti non terminerà prima del 24 luglio. Il governo, denuncia, non ha tenuto conto dei tempi necessari. E alcuni insegnanti rischiano di pagare questo errore a caro prezzo.

“Ho due figli”, racconta Iuliano, “mia moglie è insegnante e io, che sono un giornalista precario da molti anni, ho investito 2.500 euro nel Tfa e nel sogno di avere finalmente una vita regolare”. L’aspirante docente si è iscritto al Tirocinio formativo attivo che permetteva fino a quest’anno l’abilitazione: ha dovuto superare un concorso d’ingresso e pagare 2mila e 500 euro. “Ho annullato molte collaborazioni con i giornali con cui lavoravo, tutto in virtù dell’occasione che si stava aprendo. Leggendo le indicazione sul sito del ministero dell’Istruzione e seguendo i suggerimenti dell’università, tutti mi assicuravano che i tempi erano quelli giusti per entrare nella ‘buona scuola’. Per cinque mesi ho viaggiato e dormito in un’altra città, ho pagato le rate, ho investito il mio tempo e i miei soldi”.

Iuliano critica anche l’organizzazione del master che secondo lui non avrebbe formato adeguatamente i futuri docenti. “Non mi ha dato granché, se non addirittura nulla. Per molto tempo non ho saputo neanche chi fosse il coordinatore. Mi sono sentito come un alunno delle medie, a 40 anni, e non è piacevole. Ma la legge mi diceva ‘fai questo e avrai un’opportunità’”. E invece non sarà così: “Arriva la lettera del ministero che fissa al 30 giugno la scadenza per sciogliere le riserve, mentre il mio corso finisce il 24 luglio. Mi sento preso in giro dallo Stato e amareggiato: non vedo un’altra volontà politica se non quella di far presto”. L’unica speranza ora è che il ministero dell’Istruzione riconosca l’errore e ponga rimedio: “Non ho trovato un interlocutore. Nel 2012, il Ministero tenne conto di questa difficoltà oggettiva, e concesse una proroga ad hoc di alcune settimane. Al momento, invece, tutto tace. Nonostante le segnalazioni da parte di sindacati e degli organi interni agli stessi atenei. Ho provato anche a interessare la mia università, so che si sono attivati, ma finora neanche loro hanno ricevuto alcuna risposta”.