La parte più incisiva, diretta, quella che ha sollevato l’entusiasmo dei sostenitori, è arrivata verso la fine del discorso: “Magari non sarò la candidata più giovane in gara. Ma sarò la donna presidente più giovane nella storia degli Stati Uniti”. (Una battuta, ha fatto sapere il suo team, pronunciata da un supporter a un evento elettorale in South Carolina due settimane fa). Dal podio della Roosevelt Island, sullo sfondo dell’East River e dei grattacieli di New York, Hillary Clinton ha fatto il discorso sinora più importante della sua campagna per la presidenza 2016; ha spiegato perché gli americani dovrebbero votarla; soprattutto, ha dato un’energica virata progressista, populista, di sinistra, alla sua campagna.

Inseguita dalle polemiche sui finanziamenti alla Clinton Foundation e sulle e-mail cancellate da segretario di stato, la Clinton ha cercato di virare la discussione sull’economia, sui bisogni della classe media, sull’enorme divario che ancora esiste tra i troppo ricchi e i troppo poveri in America. “Voi assistete ai profitti record delle corporation, con i CEO che guadagnano cifre record, mentre le vostre buste paga si muovono appena”, ha detto. Poi, prendendo questa volta a prestito una battuta pronunciata qualche settimana fa da Barack Obama, la Clinton è esplosa: “Mentre la gran parte di voi fa diversi lavori e fatica ad arrivare alla fine del mese, i primi 25 gestori di hedge fund guadagnano più di tutti gli insegnanti d’asilo messi insieme”.

Il fatto, ha proseguito la Clinton, è che nonostante otto anni di governo di Obama e dei democratici, il sogno americano, la promessa che “se fai la tua parte, avrai la tua parte”, non si è realizzata. Di qui dunque la proposta economica della Clinton, che cita, tra le altre cose, permessi familiari e di malattia pagati, eguaglianza salariale, aumento dei minimi salariali, migliori infrastrutture, tagli ai costi per l’università, lotta ai cambiamenti climatici e riforma di Wall Street. Di qui, anche, una serrata critica alle politiche di “trickle-down” dei repubblicani, quelle che si basano sull’illusione che favorire i più ricchi porterà a un miglioramento nelle condizioni di tutti. “Ci possono essere nuove voci al coro repubblicano – ha spiegato la Clinton – ma cantano tutte la stessa canzone, una canzone intitolata Yesterday”.

Per la prima volta dall’inizio della campagna, in modo così duro ed esplicito, la Clinton ha sferzato e attaccato i suoi rivali repubblicani. Su immigrazione, salute delle donne, diritti LGBT. “Gettano fango e biasimo sulle donne piuttosto che rispettare il nostro diritto a fare scelte riproduttive personali e consapevoli”, ha scandito la Clinton, con un ovvio riferimento a Jeb Bush, che nel 1995 scriveva che le donne dovrebbero vergognarsi di avere figli al di fuori del matrimonio. “I repubblicani voltano le spalle ai gay che si amano”, ha continuato la Clinton, venendo poi all’accusa “generazionale” che le fa Marco Rubio, quella di essere troppo in là con gli anni per diventare presidente. Appunto: “Magari non sarò la candidata più giovane in gara. Ma sarò la donna presidente più giovane nella storia degli Stati Uniti”.

Per la prima volta dall’inizio della campagna, in modo così esplicito, la Clinton ha però soprattutto riconosciuto una cosa: e cioè che il centro di gravità del suo partito si è irrimediabilmente spostato a sinistra. Seppure mai direttamente nominati, in certi momenti del discorso della Clinton sembrava di sentire le stesse frasi, echi, preoccupazioni di Elizabeth Warren e Bernie Sanders (il candidato “socialista” alla presidenza 2016 che sta conducendo una campagna entusiasticamente sostenuta da supporters e media). La Clinton, nel passato, aveva sì parlato di offrire un percorso di cittadinanza per milioni di migranti irregolari; aveva parlato di mettere fine all’incarcerazione di milioni di americani, soprattutto neri, e della necessità di allargare e tutelare il diritto di voto. Ma mai, prima di sabato, la candidata aveva fatto risuonare in modo così chiaro la condanna delle diseguaglianze, dei privilegi dei più ricchi, dell’ingordigia delle corporation, della stagnazione dei salari della classe media. “Scendo in lizza per i lavoratori delle fabbriche e per quelli dei fast-food che restano in piedi tutto il giorno… per le infermiere che fanno il turno di notte… per i camionisti che guidano per ore… per i piccoli imprenditori che si prendono dei rischi. Per tutti coloro che sono stati buttati giù ma che si rifiutano di essere buttati fuori”.

Il messaggio populista, appunto, non potrebbe essere più chiaro. Un messaggio che si rivolge soprattutto al popolo democratico delle primarie, e che con ogni probabilità si attenuerà quando la Clinton dovrà parlare a un elettorato più largo e moderato (nel caso, ovviamente ancora ipotetico, che sia davvero lei la candidata democratica). Un messaggio ancora vago e senza molti dettagli: per esempio, la candidata non ha mai citato la Trans-Pacific Partnership, il trattato sul libero commercio su cui Obama ha conosciuto un’imbarazzante sconfitta; non ha parlato di tassare i più ricchi, non ha parlato di income tax o di modi per limitare gli eccessi di Wall Street. Ma il discorso di Roosevelt Island segna sicuramente un deciso spostamento a sinistra e l’implicito riconoscimento che anche le presidenziali 2016 si svolgeranno, soprattutto, su un tema. Quello dell’economia.