Con lo scrutinio dei voti che si avvia alle sua fasi finali, con il 27% delle preferenze la maggioranza semplice al Congresso sta andando al conservatore Partido Revolucionario Institucional (PRI), il partito “dinosauro” che ha governato quasi ininterrottamente dal 1929 ad oggi. Il PRI, che malgrado il nome di rivoluzionario non ha nulla, si è presentato alle elezioni in alleanza con il Partido Verde Ecologista de México (PVEM, che ha raggiunto circa 6,7% delle preferenze), altro gruppo conservatore così lontano dall’ambientalismo da essere stato disconosciuto dal Partito Verde Europeo. Gli “ecologisti di destra” avrebbero commesso numerose irregolarità durante la campagna elettorale e portato l’Istituto Nazionale Elettorale ad affibbiare loro una serie di multe, l’ultima delle quali di 18 milioni di euro per finanziamenti illeciti e violazione della legge sulla comunicazione politica.

Con il suo cavallo e cappello da cow boy, Jaime Rodríguez è forse la maggiore novità di queste elezioni. Secondo gli scrutini realizzati finora, il candidato a governatore dello Stato di Nuevo Léon avrebbe vinto senza l’appoggio di nessun partito. Il politico indipendente soprannominato El bronco – il grezzo – si definisce “antisistema” e critica l’inerzia dei suoi colleghi nell’attuare strategie per mettere fine alla violenza che stringe il paese, anche se l’ex moglie lo accusa di essere un violento fra le pareti di casa.

Anche negli Stati di Sinaloa e Jalisco i candidati indipendenti, che si sono presentati come un’alternativa al granitico sistema partitico messicano, stanno raggiungendo buoni risultati. Ma è attraverso l’astensionismo che l’elettorato messicano ha manifestato il suo rifiuto più evidente a quello che alcuni definiscono un “narcostato” in cui i politici vanno a braccetto con la criminalità organizzata. Il 53% degli aventi diritti non è andato a votare, causando le critiche dei socialdemocratici convinti che in questo modo non si faccia che favorire la destra.

Sono per lo più persone esauste per la violenza, che accusano l’intero sistema istituzionale di essere colluso con la criminalità organizzata. L’esasperazione in Messico è tanta che in alcune zone rurali politici e forze dell’ordine sono stati letteralmente cacciati. Oggi in queste comunità la popolazione sceglie i poliziotti durante le assemblee dei villaggi, e sono stati installati governi apartitici eletti secondo le leggi tradizionali dei popoli indigeni.

Durante tutta la settimana scorsa una parte della cittadinanza – soprattutto insegnanti, studenti e contadini – ha manifestato nelle strade contro quelle che definisce “narcoelezioni”, assicurando che avrebbe impedito lo svolgimento dei comizi. Le minacce hanno portato il governo a lanciare un massiccio operativo di esercito e polizia, che si sono riversati nelle strade per vigilare le elezioni e permetterne lo svolgimento, realizzando anche sorvoli aerei delle aree più sensibili.

Ieri Lorenzo Córdova, presidente dell’Istituto Nazionale Elettorale, assicurava che le elezioni si stavano svolgendo “nella normalità”, e che i cittadini potevano andare a votare “in sicurezza”. Alcuni disturbi si sono comunque registrati, soprattutto nel sud del paese, mostrando ancora una volta il Messico come un paese in ebollizione. Nello Stato di Oaxaca, in cui sono stati inviati più di 7mila effettivi della Polizia Federale per presiedere i comizi, gli insegnanti hanno bruciato materiale elettorale e l’intervento delle forze dell’ordine ha portato all’arresto di 79 persone.

Nello stato di Guerrero alle due del pomeriggio di ieri si erano già registrati 72 incidenti tra polizia e manifestanti. In particolare a Tixtla, dove si trova la scuola dei 43 dei ragazzi che nel settembre scorso sono stati fatti sparire da polizia e criminalità organizzata, i genitori dei giovani desaparecidos hanno bruciato il 20% delle urne. La tensioni sono arrivate a tal punto che nel pomeriggio era stata annunciata la sospensione, poi smentita, del processo elettorale. A pochi chilometri da Tixtla, nella città di Tlapa, si sono verificati gli scontri più gravi tra la Polizia Federale e il sindacato di insegnanti Coordinadora Estatal de Trabajadores de la Educación de Guerrero (CETEG), che hanno causato la morte di Antonio Vivar Díaz, docente di 28 anni.