Finirà oggi dopo 31 mesi la latitanza di Fabio Riva, patron dell’Ilva di Taranto e accusato dai magistrati ionici di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e corruzione in atti giudiziari. Il principale imputato del processo “ambiente svenduto”, destinatario di un mandato di cattura in carcere firmato dal gip Patrizia Todisco il 26 novembre 2012, arriverà in serata all’aeroporto di Fiumicino dove ad accoglierlo ci saranno i finanzieri di Taranto per notificargli l’ordinanza di arresto e condurlo nel penitenziario del capoluogo pugliese.

A Londra, dove aveva trovato rifugio per evitare il carcere, Fabio Riva era stato rintracciato dall’Interpol nei primi mesi del 2013 e liberato poco dopo il suo fermo su cauzione. Per due volte i giudici inglesi avevano dato l’ok per l’estradizione in Italia e per due volte l’industriale italiano aveva presentato appello. Ora a distanza di oltre due anni, Riva ha però deciso di rientrare in Italia. Aveva raggiunto suolo britannico perché, come era emerso emerso da alcune intercettazioni telefoniche, non aveva intenzione di trascorrere nemmeno un giorno in carcere: “Fabio non ascolta nessuno e fa solo di testa sua – spiegava una sua parente ignara di essere ascoltata dagli investigatori – non ne voleva saper nulla e non era sicuro al 100 percento che gli avrebbero dato i domiciliari”.

Ma in questi anni di assenza le cose sul territorio sono cambiate. E non poco. Oltre all’ordine di arresto firmato dal gip Todisco, Fabio Riva ha collezionato una condanna dal tribunale di Milano a sei anni e sei mesi di carcere per truffa e altri sei anni di reclusione sono stati emessi dal tribunale di Taranto per omicidio colposo e disastro ambientale. In quest’ultimo procedimento, per la morte di operai dell’Ilva affetti da mesotelioma pleurico contratto per la presenza di amianto in fabbrica, il giudice Simone Orazio ha parlato di una “situazione di consapevole e lucida omissione” che “si è perpetrata per decenni, essendo sotto gli occhi di tutti nel senso che l’inerzia è stata maturata e voluta sia da coloro che avevano ruoli operativi e che pertanto erano a conoscenza delle inaccettabili condizioni in cui costringevano a lavorare i dipendenti sia da parte di color che avevano responsabilità manageriali, gestionali e di controllo finanziario data l’assenza dl alcuno stanziamento al riguardo”.

Un disastro che per il magistrato è il frutto di “una logica di organizzazione dei fattori produttivi” e di “una pianificazione delle linee di politica del lavoro e della salute del lavoratori” determinate dalla “scelta compiuta dai vertici con la colpevole complicità del loro collaboratori”. La logica del massimo profitto al minimo sforzo, però, è apparsa in tutta la sua spregiudicatezza in una telefonata intercettata dai finanzieri di Taranto durante le indagini del 2010. È proprio Fabio Riva il protagonista che al telefono con l’avvocato Franco Perli si lamenta dei dati forniti da Arpa Puglia e poi commenta “due tumori in più all’anno… una minchiata”.