Non chiamatele “eminenze grigie”, almeno non più. Le forze armate turche, rimaste dietro le quinte negli ultimi anni, rischiano di acquisire ulteriore rilevanza nei prossimi mesi, esito della recente decisione del governo di Ankara di incrementare il budget delle spese militari. L’AKP ha infatti deciso di aumentare i finanziamenti di altri 2.5 miliardi di lire turche per il 2015 rispetto all’anno precedente, portando il budget dell’esercito a 52.55 miliardi, l’11,1% del totale. A essere equipaggiati e addestrati sono 185mila riservisti, 410mila unità, e circa 153mila paramilitari. Il 57% del budget della Difesa sarebbe inoltre riallocato per le spese del personale (con un +9% rispetto al 2014). La Turchia insomma è uno stato sicuramente più armato dell’Italia, non solo per numeri ma anche per tecnologia, nonostante a fornire know-how, già dal 1974, per sistemi di difesa, aeronautica, spazio, energia e trasporti sia proprio l’italiana Finmeccanica. E se non fossero sufficienti i dati freddi, basta avvicinarli al ritratto generale della situazione del paese, scosso dall’onda lunga delle proteste di Gezi Park del maggio 2013 e dalle immagini della recente presa della città di Palmira, in Siria.

Ankara si prepara alle elezioni politiche del 7 giugno, che vedranno con tutta probabilità la riconferma dell’attuale partito al governo, seppur non con la maggioranza sufficiente ad attuare la riforma costituzionale in chiave presidenziale tanto agognata da Erdoğan. Sullo sfondo restano gli arresti di giudici e procuratori, lo spettro dei brogli elettorali e l’omicidio del giudice Mehmet Selim Kiraz da parte di un commando di “brigatisti”. Secondo quanto riferito dalla rivista Nokta, la spesa “record”, decisa dall’ex ministro Efkan Ala, riguarderebbe l’acquisto nei primi quattro mesi del 2015 di armi antisommossa, “formalmente” non letali. Una commessa di 212 milioni di euro che, se confermata, incrementerebbe la spesa totale del 700% rispetto allo stesso periodo del 2014. I depositi militari turchi si riempiranno di grandi quantitativi di lacrimogeni e maschere antigas, veicoli blindati tra cui i “Toma”, i camion armati con cannoni ad acqua, divenuti il triste simbolo della violenta repressione delle manifestazioni di Gezi nel 2013. E’ possibile quindi che, in un periodo caratterizzato da crescente malessere in alcuni strati progressisti della società civile turca, il governo si stia preparando a una nuova ondata di proteste, non più circoscritte alla sola Istanbul.

Sulle sponde meridionale e orientale, alla guerra in Siria che lacera un paese ormai ombra di se stesso, si aggiunge poi per Ankara il timore che la minaccia del PKK possa trovare nuova linfa, anche in virtù dello stallo nel processo di distensione con lo storico leader curdo Öcalan. In questa chiave, non è da sottovalutare che una significativa parte dei nuovi armamenti sia destinata alle forze dell’ordine di stanza nel sud-est del paese, a maggioranza curda. Ingenti dotazioni andranno a Diyarbakir, provincia famosa per le proteste anti-ISIS del 7 ottobre e per gli scontri tra i dimostranti curdi, critici verso le ambigue posizioni del governo centrale durante l’assedio di Kobane. Tra gennaio e marzo di quest’anno sono già stati inviati 7mila lacrimogeni, per un corrispettivo del +180% sulla spesa.

Nonostante la legge 5018 del 2003 sulla trasparenza per la spesa militare, risulta ancora difficile calcolare con precisione quanto la Turchia, sempre più vicina a vestire gli abiti di uno stato di sicurezza, spenda per il proprio esercito. Tuttavia, una conseguenza inevitabile sarà la riduzione degli investimenti in altri settori strategicamente importanti per il futuro sviluppo del paese. Una previsione confermata anche da Nurhan Yentürk, esperta della Public Expenditures Monitoring Platform e docente della Bilgi University di Istanbul, secondo la quale “un terzo dei giovani in Turchia hanno bisogno di andare a scuola, non di avere un lavoro”. Yentürk aggiunge: “Sono tanti i ragazzi per strada. D’altro canto, la spesa pubblica per la giustizia è cresciuta del solo 0.20% tra il 2008 e il 2013. Se si investisse di più per l’educazione o per la giustizia sociale, anche le potenziali tensioni verrebbero meno”.

di Alessia Chiriatti