La proposta di un reddito minimo per gli over 55 rivendica lo spazio d’iniziativa dell’Inps di Tito Boeri e richiama lo spirito di un meccanismo di stabilizzazione automatica, oggetto di dibattito a Bruxelles qualche mese fa. L’ex commissario László Andor aveva promosso l’introduzione di un sistema di ammortizzatori sociali a livello europeo, che prevedeva la condivisione dei costi di assicurazione a fronte dei picchi di disoccupazione generati da uno choc.

Si discuteva di un’indennità pari al 50 per cento della media degli ultimi stipendi dei beneficiari, versata per un anno al massimo dall’inizio del periodo di disoccupazione, a favore di quanti avessero contribuito allo schema consecutivamente per i due anni precedenti. Nessun target di età esplicito, lo strumento era pensato per sostenere chi aveva perso il lavoro a qualunque stadio della carriera lavorativa. Il sussidio mirava ad ammortizzare la disoccupazione addizionale e non quella strutturale, derivante da una variazione dell’equilibrio economico generale di un Paese. Il meccanismo avrebbe avuto quindi valore preventivo, senza un impatto immediato sui livelli correnti di disoccupazione.

L’iniziativa di Boeri traduce in chiave italiana la filosofia del meccanismo europeo, mira a ripristinare un equilibrio lì dove è venuto meno per cause esterne, con due differenze importanti. È indirizzata ai lavoratori di una precisa coorte (55-65 anni) e non all’intero mercato. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Boeri, la popolazione attiva in questa classe d’età si è molto impoverita a seguito della crisi e solo nel 10% dei casi riesce a reimpiegarsi. La misura adotta una logica ex post, mirando a ottenere un’efficacia immediata.

Il sussidio mirava ad ammortizzare la disoccupazione addizionale e non quella strutturale, derivante da una variazione dell’equilibrio economico generale di un Paese

L’aumento dell’occupazione per questa stessa fascia di età, durante la crisi, è solo in apparente contraddizione con la proposta. Come spiega la nota del Centro Studi Confindustria a gennaio, si tratta infatti di una tendenza riconducibile a effetti di composizione (cambiamenti nell’approccio al mercato del lavoro, dovuti alla maggiore istruzione dei lavoratori e a una partecipazione più attiva delle donne) e all’entrata in vigore delle nuove norme sul pensionamento, che hanno allungato la vita lavorativa. È un andamento comune a diversi Paesi in Europa, ma in Italia è più marcato.

Non c’è poi un effetto di sostituzione tra generazioni, anzi, a livello internazionale prevale la complementarità, vista la correlazione positiva tra la crescita dell’occupazione dei più anziani e quella dei più giovani. Ma nel breve si rileva una riduzione del turn-over, con ricadute immediate e importanti sull’impiego giovanile. Le condizioni del mercato del lavoro, già difficili, rischiano quindi di peggiorare ulteriormente a causa della contingenza.

C’è da chiedersi allora se la misura, opportuna nei suoi scopi, riesca a sostenere la parte del mercato che maggiormente ne ha bisogno. Non si può ricondurre l’elevata disoccupazione giovanile solo a cause congiunturali, ma in un contesto di risorse scarse, sempre più scarse, è importante capire in che direzione utilizzarle. Se infatti tra gli obiettivi rientra anche quello di sostenere la domanda aggregata, l’intervento andrebbe indirizzato verso la fascia della popolazione che ha maggiori necessità di consumo e che più ha subito gli effetti della grande crisi.

L’aumento dell’occupazione per questa stessa fascia di età, durante la crisi è un andamento comune a diversi Paesi in Europa, ma in Italia è più marcato

Un sussidio incentiva a spendere ma attenua la necessità di avere un salario, rischiando di disincentivare la ricerca di un’occupazione, specialmente se lo sforzo non è commisurato ai risultati, statistiche alla mano. Un rischio non banale, che in un Paese come il nostro potrebbe peraltro alimentare alcune distorsioni strutturali. Un utilizzo improprio contribuirebbe eventualmente ad allargare le maglie del sommerso oppure cancellerebbe in alcune zone ogni spirito d’iniziativa.

L’intervento resta legittimo, ma occorre valutare come strutturarlo al meglio per contenerne le possibili derive, anche traducendo il sostegno in un altro tipo di strumento, dopo aver vagliato diverse alternative.

Anche a Bruxelles erano sorte questioni simili. Diversi Paesi avevano sottolineato un’urgenza di misure a impatto immediato, soprattutto per i giovani. Mancò all’epoca anche il consenso politico sugli aspetti finanziari. In questi termini le valutazioni non possono che essere generali, dato che il grado di dettaglio della proposta ancora non permette di capire quanti lavoratori potrebbero beneficiare dello strumento e quale sarebbe il grado di copertura richiesto dalla misura (con conseguente impatto sui saldi di finanza pubblica).

C’è stata comunque una prima apertura da parte del ministro del lavoro, nonostante il governo non prevedesse ulteriori interventi sulle pensioni. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha accolto l’ipotesi di un reddito minimo garantito, rivolto però in primis a quanti abbiano perso il lavoro. Sul fronte giovanile, si aspettano invece i risultati del Jobs Act, che permetteranno di valutare l’efficacia delle misure introdotte.

Se la logica anticiclica resta al centro dell’azione dell’esecutivo, per scegliere la direzione sarà importante bilanciare tutte le istanze del mercato del lavoro, dando il giusto peso a ogni componente.

di Valeria Cipollone
Da Il Fatto Quotidiano del 27 maggio 2015