Un terremoto politico di questa portata non era stato previsto nemmeno dai peggiori nemici del premier Mariano Rajoy, sia all’interno del suo partito che fuori dalle mura di calle GenovaIl voto delle amministrative 2015 spagnole segna, senza ombra di dubbio, un cambio profondo nell’elettorato, una svolta a U tutta a favore dell’estrema sinistra e un durissimo colpo per il partito che si faceva vanto della ripresa economica grazie alle politiche di austerity imposte da Bruxelles. Tutto l’esatto contrario.

Addio al bipartitismo tradizionale che ha segnato la storia democratica dopo la caduta del franchismo; il Partito Popolare si prepara a perdere 4 maggioranze assolute (Cantabria, Castilla-La Mancha, Comunidad Valenciana e Comunidad de Madrid), 3 governi (Aragon, Extremadura e Baleari) e dovrà negoziare con altre forze politiche, in particolare Ciudadanos, per formare governi di centrodestra in Castilla y Leon, La Rioja e Murcia; Podemos, da realtà emergente di dodici mesi fa, si impone sia a Barcellona, grazie alla vittoria di Ada Colau, che soprattutto nella capitale, con la vittoria dell’ex giudice Manuela Carmena con le forze riunite sotto il cartello di Ahora Madrid. La debacle del Partito Socialista di Pedro Sanchez è nascosta dietro agli insuccessi del governo e alla straordinaria performance del partito di Pablo Iglesias. Il PSOE, infatti, non riesce ad approfittare della profonda crisi del PP – evidenziata già nel voto in Andalusia del febbraio scorso quando ha perso quasi il 20% – e perde la battaglia con Podemos sul voto giovanile. Gli under 25 identificano i socialisti come parte della casta che ha portato il Paese nella profonda crisi economica e sociale e scommettono sul partito stile-Tsipras.

I numeri. Il bipartitismo perde più di tre milioni di voti. Nelle elezioni amministrative del 2011 i due storici partiti sommavano oltre il 65% dei consensi, mentre oggi sono poco sopra la maggioranza (52%). Il dato più preoccupante è però un altro: entrambi i partiti si troveranno nella necessità di concordare un accordo programmatico con le altre forze oppure fare da “spalla” a un governo guidato da Podemos.

Il caso più significativo è quello di Madrid. Il PP, dopo una lunga battaglia interna, ha scelto di candidare Esperanza Aguirre, già Presidente della Comunità Autonoma, ex Ministro della Cultura con il governo Aznar e potente donna di relazioni. La stessa Aguirre che due anni fa disse di voler lasciare la politica in forma definitiva per tornare ad occuparsi della famiglia. La piattaforma Ahora Madrid, promossa da Podemos alla quale partecipano tutte le forze di estrema sinistra, ha facilmente identificato la candidata del PP come il simbolo della casta che non vuole abbandonare il potere, visto che governa in città da più di vent’anni. Il PP ha ottenuto 21 seggi, Manuela Carmena (Podemos) 20 ma con l’appoggio dei socialisti di Antonio Miguel Carmona (9) potrà governare nella capitale.

Leggermente diverso il caso di Barcellona, dove la vittoria di Ada Colau (Barcelona en Comú) impone un freno alle velleità di indipendentismo catalano per parte del Presidente Artur Mas e pone fine al governo cittadino di Xavier Trias già dopo il primo mandato.

Podemos si permette il lusso di insediare i sindaci delle due città più importanti, non solo economicamente parlando, della Spagna. Un antipasto di quello che potrà accadere nelle elezioni generali di fine anno. La vittoria di Iglesias è il frutto delle denunce contro la corruzione dei partiti tradizionali, il grido di protesta verso le politiche di austerità che hanno messo in ginocchio milioni di famiglie. La percentuale di nuovi elettori che hanno scommesso su Podemos è molto alta, sebbene sia complicato scorporare il dato all’interno di ogni singolo municipio.

A Mariano Rajoy non resta che la vittoria di Pirro: essere ancora il partito maggiormente votato nelle Comunità Autonome (33%), davanti al PSOE (25%), Podemos (18%) e Ciudadanos (12%). Peccato che solo quattro anni fa i numeri erano completamente diversi: il PP aveva superato il 50% e Pablo Iglesias ancora non era comparso sulla scena politica. Cosa farà ora il premier?