L’ennesimo aumento di capitale di Mps finisce ancora una volta nel mirino della Consob. Secondo la vigilanza l’operazione da 3 miliardi di euro le cui caratteristiche sono state definite giovedì dal cda della banca, “presenta caratteristiche di forte diluizione” e questo “determina il rischio che durante il periodo di offerta in opzione delle nuove azioni si verifichino anomalie di prezzo, consistenti in una sopravvalutazione del prezzo di mercato delle azioni rispetto al loro valore teorico”. Lo si legge in una nota della Commissione, che sottolinea che “monitorerà attentamente” l’andamento delle azioni della banca durante il periodo dell’offerta, “con particolare riferimento al rispetto delle misure in tema di vendite allo scoperto“.

La Consob sottolinea il divieto di effettuare vendite allo scoperto in assenza della disponibilità dei titoli, le cosiddette vendite “nude” e l’obbligo di comunicazione delle posizioni nette corte. “Si raccomanda inoltre a tutti gli operatori di mercato – prosegue il comunicato – l’adozione di comportamenti virtuosi per minimizzare il rischio che durante il periodo di offerta in opzione si verifichino le citate anomalie di prezzo”. “Si fa presente, infine, che, in occasione di precedenti operazioni di aumento di capitale, violazioni alle norme sopra richiamate hanno portato all’irrogazione di sanzioni amministrative pecuniarie da parte della Consob”.

Giovedì sera dopo consiglio di amministrazione durato 5 ore, i vertici di Rocca Salimbeni hanno fissato il prezzo di sottoscrizione della ricapitalizzazione a 1,17 euro che rappresenta uno sconto di circa il 38,9% rispetto al Terp (prezzo teorico dopo il diritto di opzione). Più alto rispetto a quello praticato lo scorso anno quando la ricapitalizzazione fu di 5 miliardi e lo sconto del 35 per cento. Il tutto con un voto “assolutamente unanime” del cda, hanno assicurato il presidente Alessandro Profumo e l’ad Fabrizio Viola uscendo dopo le 22 da Rocca Salimbeni.

Da lunedì 25 maggio, e fino al 12 giugno, saranno esercitabili i diritti di opzione per i soci, che rischiano un’ulteriore diluizione con l’ingresso dello Stato che a luglio convertirà 243 milioni di euro di interessi sui Monti bond anche se resterà socio della banca con il 4% circa, in caso di successo dell’aumento, per almeno sei mesi. Una spinta in più per gli azionisti ad aderire alla ricapitalizzazione per non vedere la loro partecipazione ulteriormente diluita se non quasi azzerata. Proprio questo potrebbe spingere anche la Fondazione Mps a decidere di aderire, almeno per una parte del suo 2,5%, all’aumento soprattutto se la ricerca di un socio, sollecitato dalla Bce, dovesse portare il Monte oltre i confini italiani, magari Oltralpe, più che seguire gli analisti che ancora vedono possibile un’aggregazione con Ubi.

In attesa che la banca pubblichi il prospetto dell’aumento, secondo gli operatori sulla decisione adottata dal cda e dal consorzio di garanzia di fissare un Terp pesano un mix di fattori. In primis, le sofferenze (oltre 23 miliardi) ancora in pancia alla banca e l’esposizione oltre i limiti regolamentari verso Nomura – a 4,69 miliardi a fine marzo – scatenata dal derivato Alexandria che la banca dovrà disinnescare entro luglio come richiesto dalla Bce. Intanto, l’istituto senese ha formalizzato la sottoscrizione del contratto di garanzia per l’aumento di capitale che costerà alla banca circa 130 milioni di euro. In campo è stato necessario chiamare un pool di venti banche. Come noto Ubs è la capofila al fianco di Citigroup, Goldman Sachs e Mediobanca che agiranno come co-global coordinator. Nel consorzio tra gli altri principali istituti ci sono anche Barclays, Commerzbank, Deutsche Bank, Merrill Lynch e SocGen.

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