Dato che l’economia rallenta, aumentano i miliardari. L’esempio concreto delle bizzarrie congenite all’economia di carta viene dalla Cina dove, secondo Forbes, nel periodo che va da ottobre 2014 a oggi, i super ricchi sono passati da 242 (già record) a 370. Alla radice, la maggiore crescita dei valori azionari degli ultimi sette anni, a sua volta dovuta alle aspettative per politiche di stimolo dell’economia, dato che a fine 2014 il Pil cinese si è attestato sul 7,3 per cento – il minimo degli ultimi sei anni – sceso poi al 7 nel primo trimestre del 2015.

Dunque, riassumendo: l’economia scende; il governo facilita l’accesso al credito per le piccole imprese in difficoltà – in un mese ha tagliato per due volte la riserva obbligatoria delle banche – e vende il debito dei conglomerati di Stato ai privati; qualcuno si arricchisce. Sulle aspettative.
Qin Yangwen, direttore dell’agenzia Co-stone Venture Investment di Shanghai che gestisce oltre 800 milioni in investimenti borsistici, dice a Forbes che il mercato crescerà ulteriormente, perché “le autorità continueranno a tagliare gli interessi bancari, la riserva delle banche e a prendere tutte quelle misure che solleveranno la società nel suo complesso e trasferiranno i rischi al mercato”.

I ricchi della “Grande Cina” – il corridoio economico che comprende la Repubblica Popolare, Hong Kong e Taiwan ma non Macao – sono quindi in crescita del 17 per cento rispetto allo scorso anno. Il 57 per cento proviene dalla Cina continentale, il 9 da Hong Kong e un altro 9 da Taiwan. Sul podio si conferma l’uomo più ricco d’Asia, l’hongkonghino Li Ka-shing, con un patrimonio tra i 33 e i 35 miliardi di dollari. A seguire, il suo concittadino Lee Shau-kee, tycoon dell’immobiliare. Al terzo posto il primo cinese continentale: Wang Jianlin del gruppo immobiliare e dell’intrattenimento Dalian Wanda.

Tuttavia, quando si parla della Repubblica Popolare, la classifica si complica proprio per la volatilità dei titoli azionari. Secondo altri calcoli, il più ricco nella Cina continentale sarebbe infatti il tycoon dell’energia rinnovabile Li Hejun, presidente di Hanergy Group, con una fortuna stimata di 31,3 miliardi dollari, tallonato da Wang Jianlin, il cui patrimonio sarebbe di 29,6 miliardi. Terzo, Jack Ma, presidente di Alibaba, che varrebbe 23,4 miliardi. Sorpassi e controsorpassi si susseguono.

Esemplare è il caso della new entry di maggior spessore tra i miliardari. È la “vetraia” Zhou Qunfei, 45 anni, fondatrice e amministratrice delegata di Lens Technology, fornitore di schermi per smartphone, computer e macchine fotografiche, con Apple e Samsung nel pacchetto clienti. Manco a dirlo, la sua fortuna è aumentata geometricamente dopo il debutto della società alla borsa di Shenzhen, due mesi fa. Una crescita del valore azionario durata settimane, ha fatto di Zhou la donna più ricca della Cina. A inizio aprile, il suo patrimonio personale era stimato in 7,4 miliardi di dollari, oggi si parla già di 10,2 miliardi.

L’immobiliare resta la principale fonte di ricchezza per i miliardari cinesi: sguazzano tra cemento e mattoni ben 80 dei super-ricchi. Secondo è il commercio, con 25 miliardari. A seguire, settore farmaceutico, biotecnologie e servizi finanziari.

Tra le curiosità, il fatto che nonostante la campagna anticorruzione in corso, questa massa di ricchi cinesi stia trainando la crescita del consumo globale di “vanità”, cioè quei beni acquistati per auto-compiacimento, per la valorizzazione della propria apparenza e del proprio prestigio.

Lo dice un rapporto di Bank of America Merrill Lynch, secondo cui il mercato del “capitale vanità” (vanity capital) nella Grande Cina, è cresciuto nell’ultimo lustro ad un tasso annuo del 15,6 per cento. In concreto, si parla del consumo di orologi di lusso, gioielli, alta moda, vini pregiati, educazione elitaria, jet privati e crociere, ma anche di un mercato “mid-range” composto da cosmetici, smartphone e prodotti per la salute. Ci sono i miliardari e quelli che sognano di esserlo.

di Gabriele Battaglia

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