Sono centottanta gli antagonisti sui quali è puntata l’attenzione degli investigatori. Sono italiani e stranieri. E sono sospettati di aver partecipato agli incidenti nel centro di Milano durante il corteo No Expo del primo maggio. A dirlo è il ministro dell’Interno Angelino Alfano che questa mattina, insieme al capo della Polizia Alessandro Pansa, ha fatto visita a Palazzo Odescalchi, a pochi passi dal Duomo, per ringraziare le forze dell’ordine e i vigili del fuoco. “Oltre 80 sono stati identificati nella fase preventiva, quella prima del corteo, poi ne sono stati raccolti altri cento durante e dopo il corteo”.

Sempre sul fronte delle indagini, emergono particolari dall’ordinanza – che ilfattoquotidiano.it ha consultato – con la quale il gip Donatella Banci Buonamici ha convalidato l’arresto e il carcere per le cinque persone fermate venerdì alla manifestazione, accogliendo così le richieste del procuratore aggiunto dell’antiterrorismo Maurizio  Romanelli e del sostituto Piero Basilone. Secondo i magistrati Pasquale Davide, Heidi Panzetta, Jacopo Piva, Anita Garola e Mirko Leone non sono black bloc. Ma hanno “aderito” e “contribuito” ai disordini usando “mezzi particolarmente insidiosi anche per l’incolumità del cittadini”. Per questo sono accusati a vario titolo di resistenza aggravata. La loro è “un’indole – scrive il giudice per le indagini preliminari – estremamente violenta desumibile dagli atti compiuti” che si inseriscono in un contesto “di attività vandaliche che rivelerebbe l’inclinazione a non rispettare l’ordine costituito”. Per il giudice, inoltre, c’è il pericolo che se i cinque venissero “lasciati in libertà (…) parteciperebbero” ad altre “manifestazioni di protesta violenta contro Expo 2015”. Rimarranno nel carcere di San Vittore, dunque. Per la dottoressa Banci c’è il rischio della reiterazione del reato. Gli arresti domiciliari con l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico sono considerati una misura “inidonea”.

I cinque hanno respinto ogni accusa durante gli interrogatori di garanzia. Ma la loro versione non ha convinto gli inquirenti. “Le dichiarazioni degli indagati non hanno neppure una parvenza di credibilità”. “Oltre a negare quanto emerge con tutta evidenza nei verbali di arresto – scrive ancora il gip – ovvero gli atti di resistenza singolarmente contestati, si sono dichiarati del tutto estranei al clima di violenza esistente in quel momento quasi che, casualmente, si fossero trovati coinvolti negli scontri quando invece tutti sono partiti dal luogo di inizio del corteo e hanno volontariamente seguito nel percorso il gruppo dei violenti”. Inoltre “nessuno di loro ha pensato di dissociarsi dai manifestanti violenti e di allontanarsi dalla scena della guerriglia ma hanno al contrario avallato l’operato dei più violenti, ponendo in essere gratuitamente atti di gravissima violenza”.

Il giudice non ha “nessun dubbio circa l’esatta identificazione degli indagati” da parte delle forze dell’ordine. Ma proprio l’identificazione degli arrestati (fermati poco prima della fine del corteo in quasi flagranza di reato) è uno dei punti contestati dai difensori. “Nei verbali sull’arresto non c’è alcuna descrizione delle fattezze del mio assistito, che è stato bloccato in un luogo diverso da quello dove sono avvenuti gli scontri”, ha spiegato l’avvocato Loris Panfili, difensore di Jacopo Piva, il 23enne trovato in possesso di una mascherina che – secondo quanto ha spiegato ai magistrati – utilizzava in bicicletta per proteggersi dallo smog. Il legale ha presentato un ricorso al Tribunale del riesame di Milano per ottenere la scarcerazione del ragazzo e ha chiesto al pm Basilone di ascoltare la ragazza di Piva e tre amiche che erano con lui alla May Day, tra cui “un’insegnante, una maestra d’asilo e una ragazza che camminava sulle stampelle”.

Intanto Alfano ha anticipato che “presto avremo nuovi sviluppi” sul fronte delle indagini. La lente degli investigatori è puntata su quei centottanta antagonisti identificati prima e dopo i riot che hanno devastato il centro di Milano. Adesso si procede con le individuazioni “per attribuire a vario titolo eventuali responsabilità”. I tecnici della scientifica stanno, infatti, analizzando le prove del Dna raccolte e le immagini girate. Il numero degli indagati – al momento una quarantina – potrebbe dunque salire. Ma le devastazioni del primo maggio hanno spinto il titolare del Viminale ad avanzare alcune proposte: “Dare più potere ai prefetti per vietare anche quei cortei pacifici dove però c’è il rischio infiltrazioni. Aumentare le pene. E introdurre l’arresto differito come per le partite di calcio”. Poi ha ribadito la sua personale interpretazione su un episodio simbolo dei disordini: quando in via Pagano, a fine corteo, il blocco nero ha acceso i fumogeni per accecare le telecamere della Digos, si è tolto la divisa da battaglia e ha abbandonato le armi prima di confondersi in mezzo agli altri manifestanti. Per il ministro questa immagine “è un gesto di resa”.

Anche nel pomeriggio il ministro è tornato a ringraziare le forze dell’ordine. Lo ha fatto dalla Camera, con un’informativa urgente al Parlamento: “L’azione intelligente delle forze di polizia ha impedito agli antagonisti di raggiungere il proprio scopo, che era quello di estendere l’area della devastazione all’intero centro storico milanese, colpendo sedi strategiche come la Borsa, piazza della Scala, la Camera di Commercio ed altri siti”. Si è poi soffermato sugli sviluppi che stanno arrivando da Genova, dove sabato sono stati arrestati cinque ragazzi francesi con l’accusa di aver danneggiato almeno sei auto e sospettati di aver partecipato alla guerriglia del primo maggio. “Le risultanze sembrano infatti confermare il coinvolgimento nei fatti di Milano e pare anche emergere, almeno a carico di uno di loro, un collegamento con le frange violente dei No Tav”.