Comincia con un intoppo il processo Olivetti sulle morti per amianto negli stabilimenti del gruppo e che coinvolge personaggi del calibro di Carlo De Benedetti, Corrado Passera e Roberto Colaninno. Il gup di Ivrea Alessandro Scialabba ha dovuto astenersi dall’udienza preliminare perché aveva già avuto un ruolo in questo procedimento e rischiava di essere ricusato dopo la richiesta fatta dagli avvocati Guglielmo Giordanengo e Nicola Menardo, difensori di Camillo Olivetti, nipote del fondatore dell’azienda. Per questa ragione il presidente del tribunale Carlo Maria Garbellotto ha dovuto nominare un altro giudice e l’udienza ricomincerà il 7 maggio prossimo.

Sotto accusa ci sono trentatré ex manager dell’Olivetti che la procura di Ivrea ritiene responsabili delle morti di tredici ex dipendenti, avvenute tra il 2004 e il 2012, e dei tumori di altri due. I principali indagati per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose, quelli che i pm Lorenzo Boscagli e Laura Longo vorrebbero processare, sono l’ex amministratore delegato Carlo De Benedetti, il fratello Franco Debenedetti e il figlio Rodolfo (a capo del gruppo Cir). C’è poi l’ex ministro del governo Monti Corrado Passera, che è stato ad dal 1992 al 1996 con l’ingegnere torinese. Per Roberto Colaninno, presidente onorario di Alitalia e successore di CDB e Passera, l’ipotesi di reato è di lesioni colpose. Coinvolti anche due discendenti del fondatore dell’azienda, Camillo Olivetti e David Olivetti.

Solo uno degli indagati si è presentato in aula oggi. È Filippo Demonte Barbera, 79 anni, amministratore delegato della Ope (Olivetti Peripherical Equipment) per 18 mesi a partire dal 1985: “Sono imputato di cose che non sapevo neanche esistessero. Ho dubbi sul fatto che all’epoca in cui ero responsabile ci fossero degli obblighi di rimozione delle componenti in amianto”, spiega. All’Olivetti, nei suoi stabilimenti e in quelli delle altre società del gruppo, l’amianto era presente come materiale di fabbricazione (il talco usato fino al 1986 per assemblare parti di gomma e metallo) e come rivestimento degli ambienti di lavoro. In questi luoghi i dipendenti sarebbero venuti a contatto con le fibre killer capaci di provocare terribili tumori dopo anni di latenza.

A tutelare le vittime e la comunità si schierano il Comune di Ivrea, alcuni sindacati metalmeccanici come la Fiom e la Fim e anche l’Associazione dei familiari delle vittime dell’amianto di Casale Monferrato. I loro avvocati erano pronti già oggi a chiedere la costituzione di parte civile, ma hanno dovuto rinviare. L’amministrazione comunale guidata dal sindaco Pd Carlo Della Pepa ha preso questa decisione in modo travagliato: in consiglio comunale la prima forza a presentare una mozione è stata l’opposizione di Forza Italia, seguiti più tardi dalla maggioranza del Pd il cui intervento sottolineava le soluzioni dell’Olivetti per tutelare i suoi lavoratori.

Come il consiglio comunale, anche Ivrea è spaccata: “In città una parte dell’opinione pubblica è omertosa e in un’altra c’è l’atteggiamento di chi non vuole buttare via il bambino con l’acqua sporca”, spiega Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom di Torino che ha segue la questione dalla scoperta dei primi casi di mesotelioma avvenuti negli ultimi anni. Un esempio? La solidarietà espressa dalle “Spille d’oro”, l’associazione degli ex dipendenti, nei confronti del loro presidente David Olivetti: “Non una parola sui loro colleghi diventati vittime”, aggiunge Bellono. Secondo il sindacalista “una storia industriale come questa deve essere colta con i suoi aspetti positivi e con quelli negativi. Adriano Olivetti è morto nel 1960 e la fabbrica è stata eccellente fino alla fine di quel decennio: spesso ricordiamo solo quel periodo e dimentichiamo gli ultimi decenni”.

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