“Il genocidio degli armeni è stato riconosciuto ormai dalla grandissima maggioranza degli storici. Non solo studiosi armeni, ma di tutti i Paesi. Le prove sono infinite, eppure la Turchia non lo ammette. E’ come se la Germania non riconoscesse la Shoah“. A parlare è Antonia Arslan, padovana di origini armene, nota al pubblico per il romanzo La masseria delle allodole, scritto nel 2004 e diventato un film con la regia dei fratelli Taviani nel 2007. Nel libro si parla di un gruppo di armeni, che vissero in Anatolia, vittime dei rastrellamenti del governo turco. “Quanto detto dal Papa è molto significativo – dice la scrittrice all’Ansa , soprattutto perché è una cosa avvenuta a San Pietro. Era già successo nel 2001, comunque, grazie a Papa Giovanni Paolo II. Il problema sta tutto nel pronunciare la parola genocidio. E’ questo che fa irrigidire la Turchia. Attenzione però: è il governo turco a farlo, perché la popolazione è molto variegata, ha opinioni disparate. Molti turchi ne parlano ormai apertamente”.

Quanto al ritiro dell’ambasciatore in Vaticano, la scrittrice sostiene che è “la classica posizione del governo turco, quando qualcuno riconosce il genocidio armeno. Il paragone che subito viene in mente è con la Francia: quando Parigi annunciò una legge contro il negazionismo, Ankara ritirò l’ambasciatore. Poi però fu subito rispedito indietro”. Arslan si aspetterebbe una posizione più ferma dell’Europa sul tema, ma sbuffa: “Quando mai l’Europa ha una posizione chiara su qualcosa…”.

“La Turchia – dice ancora – è un Paese bellissimo, pieno di persone intelligenti. Il governo sembra avere questa deriva…, ma con gli orientali non si sa mai”. Alle spalle c’è “questo grande buco storico. Ci sono ragioni storiche ed economiche per il mancato riconoscimento. Già dal trattato di Losanna del ’24, la parola Armenia scompare dal vocabolario – ricorda la scrittrice – Eppure il collegamento tra primo e secondo grande genocidio del XX secolo fu stabilito per primo da Hitler. C’è un libro (Pro Armenia, edito da Edizioni Giuntina di Firenze) che ho appena fatto pubblicare, nel quale si parla di quattro intellettuali ebrei che videro quanto successo nel 1915 e lo denunciarono già allora: parlarono di organizzazione dello sterminio, spiegarono come i generali fossero tutti d’accordo”.

Il popolo armeno – sottolinea l’autrice – “chiede la riapertura delle frontiere, che rende tutto molto più costoso e difficile per la gente: ci sono tre milioni di armeni contro 70 milioni di turchi… Un atto di riconoscimento potrebbe essere fatto facilmente, non è mica stato il governo attuale ad autorizzare la strage. Purtroppo non vogliono farlo per timore dei riconoscimenti economici: eppure, secondo me, pochi armeni avrebbero le carte per rivendicare le proprie proprietà. La mia famiglia ad esempio non le ha. Non credo che i risarcimenti peserebbero molto, ma prima di arrivare a questo ce n’è di strada da fare”.

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