Lavoratori stagionali contro il Jobs Act. O meglio, contro la formulazione della Naspi, la nuova indennità di disoccupazione, accusata di lasciarli per tre mesi all’anno senza reddito. Un esercito di 300mila persone, fatto di camerieri, bagnini, cuochi animatori di villaggi turistici vedrà dimezzarsi una tutela su cui, finora, aveva potuto fare affidamento. La svolta scatterà l’1 maggio, quando la nuova assicurazione sociale per l’impiego sostituirà le indennità oggi in vigore, cioè Aspi e mini Aspi. Per avere accesso a questo sussidio, il disoccupato deve avere lavorato per almeno 13 settimane nei quattro anni e 30 giorni nei 12 mesi che hanno preceduto la perdita del posto.

Il problema sta nella durata dell’assegno, che sarà erogato per la metà delle settimane lavorate negli ultimi anni. E soprattutto in un passaggio del relativo decreto attuativo del Jobs Act: “Ai fini del calcolo della durata non sono computati i periodi contributivi che hanno già dato luogo ad erogazione delle prestazioni di disoccupazione”. In parole povere, ogni volta che si perde il lavoro il calcolo ricomincia da zero. E annulla le esperienze lavorative negli anni precedenti. Questa postilla causerà non pochi problemi ai lavoratori stagionali. Che per definizione “fanno la stagione“, cioè lavorano per sei mesi all’anno e possono poi contare sull’attuale Aspi che garantisce loro un’indennità per i restanti sei mesi. Dall’1 maggio, con l’avvento della Naspi, questo meccanismo salterà: potranno ricevere l’assegno solo per la metà delle settimane lavorate, quindi tre mesi, restando per altri tre mesi senza sussidio.

Così i lavoratori hanno lanciato l’allarme, passando all’attacco attraverso i social network. Su Facebook è stato creato il gruppo “Lavoratori stagionali”, che conta quasi 5mila iscritti, mentre su Twitter è partito l’hashtag #naspistagionali. Infine, sul sito di petizioni change.org è stato lanciato un appello al presidente dell’Inps Tito Boeri affinché intervenga per correggere il tiro. I promotori spiegano che “si attendono chiarimenti dalle prossime circolari dell’Inps, che dovranno specificare in che modo il comma 2 dell’articolo 5 (del decreto attuativo del Jobs Act, ndr) debba essere interpretato”. L’istituto di previdenza ha risposto ai lavoratori stagionali dal proprio profilo Twitter. “Al momento non abbiamo informazioni specifiche, ma non appena ne avremo le condivideremo con voi. In ogni caso per tutte le disposizioni dovete attendere la pubblicazione delle circolari operative dell’istituto”.

Nel giro di tre settimane, intanto, la petizione ha raggiunto 4mila sostenitori. Al di sotto del testo dell’appello, poi, sono gli stessi lavoratori coinvolti a esprimere la propria preoccupazione. “Chi fa un lavoro ‘solo’ stagionale non lo fa per pigrizia, passando il resto dell’anno dandosi alla pazza gioia, ma perché non ha alternative – sostiene un utente – Siamo la flessibilità in persona, pronti a lavorare weekend e festività a chiamata, part time… e pure con i famigerati voucher. Perché veniamo puniti?”.

“Si legifera, in materia di lavoro, senza conoscere il lavoro – è l’accusa di Cristian Sesena, segretario nazionale del sindacato Filcams Cgil – Si tagliano tutele a lavoratori già a forte rischio di precarietà retributiva per il fatto di essere strutturalmente costretti a lavorare pochi mesi l’anno”. Il sindacalista contesta anche il passaggio del decreto relativo al calcolo dell’importo del sussidio, che definisce iniquo nei confronti di chi ha rapporti di lavoro frammentati, una situazione ricorrente tra i lavoratori stagionali. “A parità di retribuzione e di numero di giornate lavorate – sottolinea Sesena – l’importo dell’indennità diminuisce all’aumentare del numero di settimane su cui si dispiega la prestazione lavorativa. Chi lavora con molte interruzioni, e raggiunge il requisito per somma di giornate effettuate in periodi lunghi di tempo, riceve meno di chi può contare su rapporti di lavoro più stabili e lineari”.

La rivolta dei lavoratori stagionali, inoltre, scatta in un momento di fermento dell’intero comparto del turismo. I sindacati di settore, Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil, hanno infatti proclamato uno sciopero per il 15 aprile, a due settimane esatte dall’inaugurazione di Expo 2015. Oggetto della protesta è il mancato rinnovo del contratto del turismo, fermo ormai da due anni. I sindacati puntano il dito contro le associazioni datoriali, accusate di avere “sempre inteso far pagare il costo della crisi ai soli lavoratori chiedendo che il contratto venisse finanziato attraverso la rinuncia da parte degli stessi a diritti e tutele esistenti”. Come scatti di anzianità, permessi e indennità di malattia.