L’ex capogruppo Pdl in Provincia di Reggio Emilia ha avuto contatti, probabilmente ha “promesso” qualcosa, ma poi non ha agevolato né favorito quella che secondo la Direzione distrettuale antimafia di Bologna è una vera e propria ‘ndrina emiliana. Per questo l’ordinanza del Gip va annullata. Questo in sostanza quanto scrive il tribunale del Riesame di Bologna, che il 19 febbraio aveva liberato Giuseppe Pagliani, finito in carcere il 28 gennaio nell’ambito della operazione Aemilia (120 arresti) con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i pm, l’allora capogruppo Pdl in consiglio provinciale (oggi consigliere comunale di Forza Italia a Reggio Emilia), avrebbe favorito l’associazione mafiosa che farebbe capo alle ‘ndrine calabresi di Cutro. Ma il tribunale del Riesame la pensa diversamente: su Pagliani “non possono giudicarsi acquisiti gravi indizi di colpevolezza”.

Secondo la procura di Bologna, Pagliani sarebbe stato contattato come sponda politica dalla associazione mafiosa, e in particolare da Nicolino Sarcone, in carcere perché ritenuto dai pm tra i leader della ‘ndrangheta reggiana. Il fine dell’avvicinamento del politico sarebbe stato quello di difendersi dalle interdittive antimafia emanate in quei mesi dal prefetto Antonella De Miro, che aveva preso di mira aziende considerate in odor di ‘ndrangheta. Non ci sono dubbi, neppure per il Riesame, che Pagliani abbia avuto degli incontri con alcuni di quelli che oggi sono considerati dalla Dda uomini della ‘ndrangheta a Reggio: “Nel corso dell’incontro del 2 marzo 2012” Pagliani “molto probabilmente ha promesso il proprio intervento in qualità di esponente politico per risolvere la grave difficoltà causata dai provvedimenti” del prefetto. Tuttavia secondo i giudici, Pagliani non fece poi nulla per aiutare la ‘ndrina: “Né l’incontro riservato del 2 marzo, né quello del 21 marzo”, con una cena in un ristorante, “hanno avuto una concreta rilevanza causale nella conservazione del sodalizio e nel superamento del momento di crisi determinato dalle interdittive antimafia”. Insomma Pagliani dopo quegli incontri con Sarcone e soci “non ha adottato alcuna iniziativa concreta” per provare a influenzare il prefetto.

E poi ci sono gli attacchi politici alle coop ‘rosse’ da parte di Pagliani. Secondo l’accusa, il politico Pdl avrebbe dovuto demolire, per conto della ‘ndrina, l’immagine pubblica delle cooperative, oltre che del prefetto e della presidente della provincia Sonia Masini, del Pd. In pratica Pagliani avrebbe dovuto fare passare l’idea nell’opinione pubblica che le interdittive antimafia del prefetto altro non fossero che un complotto ordito anche dalle aziende edili del mondo cooperativo per fare fuori la ‘concorrenza calabrese’ in un periodo di crisi economica. Ma anche qui il Riesame ridimensiona le ipotesi della Procura: “I duri e reiterati attacchi alla presidente della provincia e alle coop rosse sono sempre stati uno dei dati caratterizzanti dell’azione politica” di Pagliani. Quindi gli attacchi del 2012, scrivono i giudici, potrebbero essere stati il normale proseguimento della linea politica tipica del capogruppo Pdl e “non avere avuto lo scopo di agevolare o di consolidare l’associazione”. E poi – scrive il collegio che ha scarcerato il politico – i rapporti tra Pagliani e gli uomini della associazione mafiosa “si erano da tempo interrotti o comunque raffreddati”.

Infine, secondo il Riesame non può essere considerato concorso esterno commesso da Pagliani nemmeno l’aiuto che Alfonso Paolini, l’uomo che aveva messo in contatto Sarcone e Pagliani, avrebbe dato a una lista civica di Campegine capeggiata dal capogruppo del Pdl: “Gli esclusivi beneficiari immediati dell’intervento della ‘ndrina sono stati Pagliani e la sua parte politica. L’eventuale profitto della cosca non sarebbe potuto che conseguire a un buon risultato della lista civica, che non vi è stato”. La lista L’Altra Campegine aveva raccolto infatti poco più del 3% dei voti. “Non esisteva alcun presupposto che giustificasse l’ingiusto arresto”, si legge in una nota stampa di Pagliani, difeso dagli avvocati Alessandro Sivelli e Romano Corsi. Nella nota si parla inoltre di “un’ingiusta detenzione” e di “una gogna mediatica priva di fondamento e di giustificazione”.