“Pubblicazione arbitraria di atti in un procedimento penale”. Con quest’accusa e in base all’articolo 684 del Codice di Procedura Penale sono indagati quattro giornalisti della Gazzetta di Mantova, compreso il direttore responsabile, Paolo Boldrini. Rischiano da 30 giorni di carcere a un’ammenda compresa fra i 51 e i 258 euro. Rossella Canadè, Igor Cipollina e Gabriele De Stefani in queste settimane hanno pubblicato ampi stralci degli atti dell’indagine antimafia “Pesci”, condotta dalla Procura di Brescia, nella quale sono coinvolti anche il sindaco di Mantova, Nicola Sodano accusato di peculato e corruzione, e il costruttore edile di origini cutresi Antonio Muto, tuttora in carcere con l’accusa di associazione mafiosa. Pare che il nodo della vicenda, ciò che ha portato i carabinieri in redazione a notificare l’avviso di garanzia ai quattro giornalisti, sia il fatto che i contenuti dell’informativa in possesso dei carabinieri del nucleo di Mantova non potessero essere pubblicati poiché, pur nella disponibilità degli indagati e degli arrestati, ancora coperti da segreto istruttorio, in quanto le indagini preliminari non sono concluse.

Sentito da ilfattoquotidiano.it il direttore della testata sotto accusa, Paolo Boldrini,  si è limitato a poche parole di circostanza, rimandando a quanto scritto oggi sul suo giornale: “Alla Gazzetta – sostiene Boldrini – non vengono mossi rilievi rispetto alla veridicità del contenuto degli articoli, costruiti facendo riferimento a quanto contenuto nell’informativa dei carabinieri. La notifica dell’iscrizione nel registro degli indagati di quattro giornalisti è un provvedimento serio, che la Gazzetta, rispettosa del lavoro dei carabinieri, tiene naturalmente nella massima considerazione. Nella consapevolezza, tuttavia, che questi sono i rischi del mestiere e che il dovere di informare i nostri lettori resta irrinunciabile”.

Insomma, torna a proporsi l’eterno dilemma fra libertà di stampa, diritto di cronaca  e la necessità da parte di magistrati e forze dell’ordine di proteggere le loro indagini. Per un’analoga vicenda un giornalista di Calabria Ora, Agostino Pantano, sta rischiando fino a 8 anni di carcere. Sui social media, in particolare su Twitter, è scattata la solidarietà di molti colleghi nei confronti dei giornalisti dell’organo di informazione mantovano, appartenente al Gruppo Espresso. Le intercettazioni pubblicate in queste settimane dalla Gazzetta hanno scosso Mantova poiché sono emersi particolari inquietanti dei rapporti fra il primo cittadino e l’imprenditore edile, in carcere con l’accusa di associazione mafiosa. Intercettazioni, pedinamenti e riscontri di vario tipo che disegnano una trama in cui il sindaco della città lombarda si rivelerebbe tessitore, all’insaputa dei suoi stessi assessori, di una rete tesa a far pressione sul ministero dei beni culturali e sul Consiglio di Stato per riaprire la lottizzazione Lagocastello: un insediamento di 200 villette e un albergo in riva al lago di Mantova, in una zona di estremo pregio artistico e ambientale, bocciata nel 2014 dal Consiglio di Stato. Una lottizzazione dove l’impresa di Antonio Muto aveva investito parecchi capitali e iniziato già i lavori di urbanizzazione primaria.

Un progetto, quello che il sindaco Sodano e Muto avrebbero pensato insieme, nel quale il primo cittadino avrebbe avuto anche un tornaconto personale, poiché nel “pacchetto” in cambio della riapertura della lottizzazione Lagocastello sarebbero stati previsti lavori importanti per lo studio di architettura di cui Sodano è titolare in città, insieme al figlio. Tutte accuse da dimostrare, ovviamente, ma ingombranti. Per Sodano  e per la città che rappresenta. Il sindaco, infatti, nonostante le continue richieste di dimissioni arrivate dall’opposizione rimane al suo posto, deciso a non dimettersi e convinto che questo sia un atto “ragionevole e doveroso”, come ribadito nel corso dell’ultimo, infuocato, consiglio comunale del 2 marzo.