Quattro anni di processo finiti con otto patteggiamenti per pene inferiori a due anni, tutte sospese. Si conclude così il procedimento Citibank, filone del crac Parmalat del 2003 che vedeva imputati otto manager, tre italiani e cinque stranieri, della banca americana, tutti accusati di avere contribuito al fallimento dell’azienda di Calisto Tanzi. Paolo Botta, Filippo Sabatini, Peter Michael Davies, Nigel George Kilvington, Michael Hallet, Richard Simons, Sergio Ungaro e Antony Lowes erano stati rinviati a giudizio con l’accusa di concorso in bancarotta fraudolenta nell’ambito di quello che è stato definito il crac finanziario del secolo. In particolare, a finire sotto accusa erano stati il programma di cartolarizzazioni della Parmalat, la partecipazione alla società Buco Nero e l’operazione Parmalat Canada Inc.

Il processo si era aperto nel 2011 e a fine gennaio 2015 è arrivato alle ultime battute. Ma lo scorso 26 gennaio il pm Andrea Bianchi ha contestato agli imputati la nuova aggravante, inizialmente non formulata nell’accusa, di aver causato un danno patrimoniale di rilevante gravità. L’ulteriore contestazione però ha concesso ai manager, come prevede la legge, di accedere ai riti alternativi, che consentono lo sconto di un terzo della pena e solitamente servono anche a snellire i processi nelle fasi iniziali. Per Citibank invece la scelta del rito alternativo è arrivata così solo dopo quatto anni di udienze che hanno rallentato non poco il lavoro ordinario del Tribunale di Parma.

L’avvocato Marco De Luca, legale di Parmalat spa, Parmalat Finanziaria spa e Parmalat Finance Corporation BV in amministrazione straordinaria, si è opposto alla richiesta di patteggiamento considerando invece che l’aggravante fosse già compresa nel capo d’imputazione iniziale, ma i giudici hanno rigettato l’eccezione. Il 5 marzo il collegio dei giudici presieduto da Gennaro Mastroberardino ha ratificato l’accordo raggiunto tra il pm e i legali degli imputati. Paolo Botta, Filippo Sabatini e Sergio Ungaro hanno patteggiato un anno e 11 mesi. Un mese di sconto rispetto a loro per tutti gli altri, che hanno ratificato l’accordo di un anno e 10 mesi. Per tutti la pena è sospesa.
Dei circa 45mila azionisti coinvolti nella vicenda, il 96 per cento in questi anni ha accettato transazioni a risarcimento del danno subito. Circa 2mila quelli che invece si erano costituiti parte civile insieme alla Parmalat gestita allora dal commissario straordinario Enrico Bondi, che ora, per ottenere un risarcimento, dovranno intraprendere la strada civile.