La Scozia dice no alle politiche di austerità imposte da Londra e che pesano sempre di più a nord del Vallo di Adriano. A quasi cinque mesi dal fallito referendum per l’indipendenza della nazione più settentrionale del Regno Unito, consultazione voluta dall’ora un po’ messo da parte Alex Salmond, la sua erede Nicola Sturgeon, “first minister” e leader dello Scottish National Party, è scesa a Londra per dire di fronte a una platea di studenti in un’università della capitale che “ulteriori tagli alla spesa pubblica sarebbero moralmente ingiustificabili ed economicamente insostenibili”. Un attacco ai tagli imposti dal governo centrale, guidato dal conservatore David Cameron in alleanza con il partito liberaldemocratico, un affondo che giunge proprio nei giorni in cui a Londra si dibatte su quali debbano essere limiti e opportunità di quella devolution che Edimburgo ha chiesto – e in parte ottenuto – dopo la fallita consultazione. Voto che ha visto prevalere tutti coloro che sono favorevoli al Regno Unito così come è ora, unito appunto sotto il segno della regina Elisabetta II e del governo che alla sovrana, sotto sotto ma senza che lo si dica a voce troppo alta, deve rendere conto.

Ma l’attacco di Sturgeon è avvenuto anche nel giorno in cui la Camera dei Lord, per bocca di un “Sir” laburista, Lord Foulkes of Cumnock, ha fatto notare calcoli alla mano che una Scozia indipendente e senza Londra, se il sogno dei separatisti fosse diventato realtà, ora potrebbe essere in bancarotta, a causa dei prezzi del petrolio in costante e drammatica discesa. Edimburgo del resto – e soprattutto l’area di Aberdeen, la “capitale” dell’oro nero – vive anche grazie ai proventi delle ricche industrie petrolifere, che creano indotto e danno da mangiare a decine di migliaia di famiglie, ravvivando un’economia che altrimenti sarebbe abbastanza asfittica, non potendo di certo vivere di solo turismo, whiskey, pesca e poco altro. Lo Scottish National Party aveva previsto introiti pari a 7 miliardi di sterline (circa 9,5 miliardi di euro al cambio attuale) proprio dal petrolio nel giro di un anno. Una cifra che ora è stata rivista molto al ribasso, ma era proprio su questi numeri trionfali che si basava una gran parte della campagna identitaria degli scozzesi, non certo sulle cornamuse o sugli uomini in kilt che parlano una lingua incomprensibile ai londinesi.

I calcoli della camera alta del parlamento di Westminster hanno quindi rivisto al ribasso quegli introiti: si parla ora di 1 miliardo di sterline in un anno, 1,35 miliardi di euro circa. Di conseguenza la Scozia indipendente – dicono trionfanti i Lord che erano contrari – si sarebbe ritrovata a fare i conti con uno dei maggiori deficit del mondo occidentale. “Ora sarebbe in bancarotta”, sostengono le lobby del potere londinesi. Resta il fatto che il piano di austerità di Cameron è assai malvisto in Scozia, terra di strade di campagna sconnesse, di infrastrutture spesso mancanti, di redditi inferiori, di sviluppo rallentato, in un capovolgimento fra sud e nord che vede succedere nel Regno Unito quello che accade da tanto tempo nel Meridione d’Italia. “Le politiche di tagli hanno causato miseria fra le persone più vulnerabili”, ha aggiunto Sturgeon, dicendo anche che “è giunto il tempo per un progetto economico più razionale da parte di Westminster”.

La richiesta di abbandono dell’austerità causerà, chiaramente, molte ripercussioni a livello politico nazionale. Creando innanzi tutto un grande imbarazzo nel partito laburista guidato da Ed Miliband, formazione che proprio con gli scozzesi dello Scottish National Party cerca un accordo in vista delle elezioni politiche del prossimo 7 maggio. Il rischio è che il Paese rimanga nelle mani dei conservatori, un rischio considerato tale soprattutto dal Labour, chiaramente, e molto meno dalla grande finanza della City di Londra, quella che muove il denaro in tutto il mondo. Miliband ha già parlato della necessità di tagli “importanti”, ma rimane da capire, appunto, come ora evolverà il rapporto con una Scozia sempre più vicina, anche se si parla di contesti ben diversi e di necessità assai differenti, con gli altri movimenti di mezza Europa contrari all’austerity.