La Cina ha e sempre più avrà un problema di approvvigionamento alimentare. Se infatti la politica del figlio unico lanciata da Deng Xiaoping 35 anni fa ha fatto sì che i cinesi siano oggi “solo” un miliardo e trecentosessanta milioni invece di un miliardo e ottocento (stime demografiche ufficiali) è altrettanto vero che il progresso e il lancio della nuova urbanizzazione – con il trasferimento di duecento milioni di ex contadini in città e l’aumento generalizzato dei consumi – mettono comunque alla prova la tenuta del sistema.

Così, Pechino lavora su un pacchetto di soluzioni. Si punta ad assicurarsi nuovi canali di rifornimento attraverso le tre nuove vie della Seta. Ed è di pochi giorni fa la notizia che la Russia lancerà un grande movimento di colonizzazione agraria nel suo estremo Oriente siberiano, in cui si prevede di affittare terre – attenzione, non “cedere a titolo definitivo” – anche a imprese straniere. Messaggio chiaramente rivolto a orecchie cinesi. Oltre alle soluzioni estensive, si studiano comunque anche quelle intensive o, per meglio dire, domestiche. Il punto è che le autorità cinesi vogliono ridurre la dipendenza dalle importazioni alimentari. Hanno perciò in progetto di creare aziende agricole più efficienti. Meno gente nelle campagne significa che molti appezzamenti possono essere accorpati per creare una economia agricola di scala. Ma non basta.

Pechino ha per cui deciso di sdoganare i cibi geneticamente modificati. In un progetto ufficiale – il cosiddetto Documento centrale No1 – le autorità ordinano un rilancio della ricerca sugli Ogm e una campagna di “educazione” sui prodotti modificati rivolta al grande pubblico. Che, evidentemente, non è così convinto. Sarà forse per questo che Han Jun, vice capo dell’ufficio del Partito Comunista per gli affari rurali, si è affrettato a specificare che il nuovo documento è del tutto “coerente” con le politiche nazionali sul biotech e che tutto avverrà nel più stretto controllo cautelativo.

A oggi, cotone e papaya sono le uniche due colture che possono essere modificate e coltivate a fini commerciali nel Paese e si stima che tutto il cotone cinese sia ormai Ogm. Ma altri prodotti geneticamente modificati vengono comunque dall’estero in gran quantità: soia, colza, mais e lo stesso cotone. Nel 2014, sono state importate 70 milioni di tonnellate di soia, quasi tutta Ogm. Tuttavia, le colture destinate all’alimentazione possono per ora essere solo trasformate in olio e mangimi per animali.

A dicembre, Pechino ha approvato l’importazione di nuove varietà di mais e soia transgenici ed è questa nuova conferma della dipendenza dall’estero che suggerisce ora una ripresa della ricerca. La Cina si guarda anche attorno: raggiungendo gli 11,6 milioni di ettari, la superficie delle colture Ogm in India ha di recente eguagliato quella del Canada e ha superato quella cinese. Se lo fanno loro, perché noi no?

Ci sono poi le pressioni dell’industria biotech domestica. “Gli scienziati hanno fretta, le aziende hanno fretta, anche gli agricoltori hanno fretta. Ma i nostri dipartimenti governativi vanno a rilento”, ha dichiarato alla stampa Huang Dafang, ricercatore ed ex direttore del dell’Istituto di Ricerca Biotecnologica dell’Accademia delle Scienze agrarie. Per lui, che scalpita, è tutta colpa della burocrazia: “Le nuove colture non sono state ancora approvate. È a causa della sicurezza? No, è a causa della trafila all’interno delle agenzie governative”.

Dall’altra parte della barricata c’è Greenpeace Cina, che si oppone alla produzione commerciale di Ogm. In un comunicato, ha detto che ci vuole trasparenza e un controllo da parte dell’opinione pubblica sulle nuove ricerche appena sdoganate. E qui sta il problema, visto che per esempio gli studi sulla sicurezza di un riso geneticamente modificato, approvato ufficialmente nel 2009, sono stati resi pubblici dopo ben cinque anni. Insomma, si pone il problema politico di un controllo dal basso di ciò che è deciso dall’alto. E qui si mette in discussione tutto il sistema cinese.

di Gabriele Battaglia