Il centro studi della Camera? Ha sbagliato i conti sul Tav. L’ultimo capitolo sul contestato progetto dell’Alta velocità lo firma il senatore del Pd Stefano Esposito, contestando e correggendo il documento sui costi (quota italiana) della linea ad alta velocità. Un documento nel quale, come raccontato da ilfattoquotidiano.it, i tecnici di Montecitorio mettono nero su bianco “una variazione in aumento” di 2,358 miliardi di euro per i finanziamenti dell’opera recepiti nel Contratto di programma tra Rfi e il ministero delle Infrastrutture portando così il costo complessivo (sempre quota italiana) a 7,789 miliardi. Cifre sballate, secondo il parlamentare del Pd. “Perché nell’accordo per l’aggiornamento del Contratto di programma stipulato il 5 dicembre 2014, che aggiorna la tabella allegata in cui si fa riferimento ai 7,789 miliardi, si parla di altri numeri – spiega – E cioè 5,676 miliardi, di cui 854 milioni per studi e indagini geognostiche e 4,822 miliardi per la realizzazione dell’opera”.

SENATO CONTRO CAMERA Tutta “colpa della burocrazia ministeriale”, prosegue Esposito, che “non ha permesso di modificare la Tabella allegata al Contratto di programma” e dalla quale risulta la variazione in aumento di 2,358 miliardi. “Mentre l’aggiornamento dell’accordo del 5 dicembre scorso deve ritenersi parte integrante del Contratto – continua il senatore del Pd – il Centro Studi, pur citando nelle pieghe del suo documento l’esistenza di quell’aggiornamento, ha messo in fila in modo errato tutta una serie di dati tratti da precedenti relazioni”.

nuovo-accordoInsomma, secondo Esposito, tutto frutto di un equivoco. Vero è, però, che l’aggiornamento del 5 dicembre (comunque citato nel documento dei tecnici della Camera), firmato per conto di Rfi dall’amministratore delegato Maurizio Gentili, confermando l’aggiornamento a 5,676 miliardi per la parte italiana del Tav, precisa che la cifra deve intendersi “al netto dell’adeguamento monetario da valutare fra Italia e Francia”. Vista la durata pluriennale dei lavori di costruzione dell’opera, alla previsione di spesa va applicato un meccanismo di adeguamento della copertura dei costi nel tempo. Meccanismo costruito su un indice di rivalutazione fissato in base alle regole francesi al 3,5% e che, alla fine, potrebbe comportare negli anni un aggravio dei costi.

RIVALUTAZIONE AL RIBASSO “Ma quale 3,5%, sarà già tanto se si arrivasse all’1%, al massimo all’1,5% per tenerci larghi”, assicura Esposito. Che per suffragare la sua certezza riassume anche i contenuti dell’audizione dell’ad di Rfi Gentili, tenutasi proprio oggi in commissione Trasporti al Senato. “L’amministratore delegato ci ha spiegato che Rfi ha appena acceso un finanziamento per un miliardo di euro con la Banca europea degli investimenti (Bei) ad un tasso di interesse dello 0,40% – spiega il parlamentare dem – si tratta di un finanziamento per la rete ordinaria, ma poiché sarà la stessa Bei a finanziare anche il Tav, a quel tasso di interesse sarà praticamente impossibile, salvo scenari apocalittici, ipotizzare un coefficiente di rivalutazione dei costi dell’opera superiore all’1,5%”. Una revisione della quale, si dice certo Esposito, “anche il Cipe, nella riunione in programma per il 17 febbraio, in cui verrà approvato il progetto definitivo della Torino-Lione, prenderà atto”. Un’attesa, d’altra parte, abbastanza breve per la prova definitiva.

Twitter: @Antonio_Pitoni