Caro Presidente Mattarella,

sarebbe stato bello cominciare in altro modo. Lei ispira simpatia, ma, permetta l’ardire, non dovrebbe esagerare. E neanche sopravvalutare il gradimento che la classe politica e gli italiani sembrano concederle. La riserva di fiducia non è credito illimitato e con l’invito a presenziare al suo giuramento rivolto all’ex Cavaliere Silvio Berlusconi, un paio di anni fa cacciato dal Parlamento per le note vicende, ne ha già bruciato un bel quantitativo. Perché l’ha fatto, resta un mistero: per alcuni sarebbe  un passo nella costruzione di un dialogo con il leader di Forza Italia. Per chi scrive è un vero schiaffo, l’ennesimo, della vecchia politica alla gente onesta.

Con l’attenzione ai problemi  e ai sentimenti della gente  da lei mostrata nella prima dichiarazione  (“Il pensiero va soprattutto e anzitutto alle difficoltà e alle speranze dei nostri concittadini. E’ sufficiente questo”) ha riacceso  calore nel cuore spento dei cittadini. Ma se quell’invito a Berlusconi è un programma, uno stile di lavoro, un progetto per il suo settennato, dubito che ci sia grande sintonia tra lei e almeno una parte degli italiani. Importante o meno, numerosa o scarsa, poco importa. Sicuramente quella fetta di cittadini che vorrebbe vedere gli evasori conclamati, i frodatori del fisco e del patto repubblicano, finalmente scontare una qualche seria pena e, se condannati, perché no, pure lontani dal cuore delle istituzioni.

Invece lei rimette al centro della scena il Cavaliere condannato. Supponendo, immagino, che questa sia la volontà degli italiani o almeno quella per lei da supportare e vedere soddisfatta.

Dispiace, Presidente. Perché con questo schiaffo lei riapre un’altra piaga. Una ferita antica, anni 1993-94. C’erano stati i referendum, ricorda? Quei referendum nei quali gli elettori in maniera plebiscitaria, anche sopra il 90 per cento, avevano chiesto l’introduzione del sistema elettorale maggioritario. Quello, così l’avevano raccontata in lungo e largo per la penisola gli appassionati promotori, con il quale, votando nei collegi uninominali, gli elettori avrebbero potuto finalmente scegliere direttamente i propri rappresentanti dando un colpo mortale alle postazioni inattaccabili della partitocrazia e della nomenklatura che negli anni si erano perpetuate con il proporzionale.

Fu un bel pronunciamento, per una volta netto e senza equivoci. Sembrava fatta sulla via del rinnovamento della politica e del suo vecchio personale travolto dagli scandali di Tangentopoli. Ma arrivarono le sue felpate strategie degne delle migliori tradizioni democristiane e nel giro di pochi mesi riuscì a mettere a punto e far digerire il suo Mattarellum e con esso quella quota proporzionale che ha consentito di traghettare nella nuova fase anche il peggio della prima Repubblica.

Dirà la storia, perché i giornali sono troppo presi nell’incensarla, quanto grave sia stato per il nostro paese il tradimento della volontà referendaria. Ci sarebbe voluto maggiore rispetto per il voto dei cittadini, allora. Così come oggi non avrebbe guastato una maggiore attenzione per gli onesti che reclamano pulizia e al fisco pagano anche per quelli che allegramente si vantano di continuare a farla franca.

Sì, Presidente, sarebbe stato meglio lasciar fuori i ladri dal tempio. E cominciare a dare l’esempio. Sin dal momento dell’insediamento. Certo, scorrono belle parole nel discorso inaugurale alla Camera dei deputati. Ma le domando: si può sperare ancora?

Ps: tutti inneggiano alla parca vita che ha condotto nella foresteria della suprema Corte Costituzionale. Sarebbe bene, a parte il pomeridiano riposo tra una pausa e l’altra delle udienze, riservare quegli alloggi solo a chi risiede fuori Roma. E non pure a chi ha possibilità di vivere in case proprie nella capitale.  Questo per dire che anche per le Eccellenze della Consulta sarebbe bene far valere regole in grado di mettere un freno ai privilegi delle caste.