Inizia oggi la collaborazione del critico televisivo Stefano Balassone con Ilfattoquotidiano.it. Balassone, già vicedirettore nella RaiTre di Angelo Guglielmi (che varò programmi come Samarcanda, Avanzi, Blob, Milano Italia, Chi l’ha visto) e successivamente consigliere d’amministrazione Rai, curerà ogni giorno uno spazio di analisi e commento sul mondo della Tv, intitolato “Sciòbusiness”.

Due anni sono trascorsi ormai da quando, con le elezioni politiche alle viste, Santoro, tutto solo al giovedì, viaggiava tra l’11% e il 12%  di share, Floris, ugualmente in solitaria al martedì, con Ballarò superava regolarmente il 15%, la coppia Del Debbio (7%)  e Formigli (5%), messa insieme, richiamava il 12% degli spettatori. Poi sono arrivate le elezioni, Grillo ha messo in ghiacciaia il suo 25% e nel PD pre-renziano è esploso  l’aggregato di gruppuscoli residuati dai partiti di massa della Prima Repubblica.

Poi accade che, via primarie, l’elettorato Pd issa Renzi al comando del Partito e del Governo e cominciano a salire le azioni del partito-nazione mentre calano quelle del partito-fazione  (il misto di potere e chiacchiere inventato da Berlusconi nel 1994).

E nel frattempo qualcosa è cambiato per la compagnia dei talk show politici.

Oggi Santoro e il concorrente Nicola Porro,  pur sommati sono ben distanti (un paio di punti di share) dal Servizio Pubblico di due anni fa. Per non dire della coppia Giannini-Floris che al martedì rastrella tre punti di share in meno di quel che faceva il Ballarò di un tempo; oppure del filosofo corrivo , e del rude reporter, che al lunedì a malapena assommano al 10% mentre un tempo veleggiavano quasi fino al 13%. A dirla in breve, la platea del talk show politico si è ristretta di circa un quinto, specie, ci raccontano le cifre, per una minore permanenza del pubblico perché pare che in media ogni spettatore si accontenti di vederlo a piccoli bocconi, anziché abbuffarsene come prima.

Perché? Sono peggiorati i talk show o è cambiato l’atteggiamento del pubblico? Di chi la “colpa”? degli autori o degli spettatori?

Forse è semplicemente l’arrivo dell’effetto “scontatezza”, che capita quando non ti aspetti scoperte. Un effetto che ha cominciato a manifestarsi non appena Renzi ha vinto le primarie, ed è accelerato dopo l’arrivo al Governo. Scontatezza che vale ovviamente per chi da questi eventi si sentiva non allarmato, ma rassicurato. È così che da allora i talk show sembrano soffrire della “secessione renziana”. A meno che l’ospite non sia Renzi in persona (e infatti tutti i programmi, nessuno escluso, hanno rivisto i loro picchi di ascolto soltanto nelle occasioni  in cui era presente il premier).

Così l’onere di infoltire gli indici d’ascolto resta tutto sulle spalle degli spettatori più lontani dal “renzismo” e di quelli che, Renzi o non Renzi, semplicemente cercano e apprezzano comunque lo specifico linguaggio tipo Commedia dell’Arte, pieno di maschere fisse (lo Sgarbi, il Belpietro, Il Freccero) che ti fanno tanto più sganasciare quanto più hai confidenza con l’istrionico repertorio.

Se queste suggestioni indotte dai dati auditel fossero fondate dovremmo prevedere, visto il grande slam delle presidenziali, per iprossimi mesi un ulteriore scivolamento degli ascolti dei talk show politici. Ma fin lì non ci spingiamo, perché il bello della tv generalista sta propria nell’essere, fra tanti canali e canaletti che ti rifilano tv a pacchetti preconfezionati, l’unica fatta di materia vivente e quindi in grado di aprirsi all’imprevisto, che venga dalla società o dalla testa di un autore!