Grazie ai “magistrati e inquirenti coraggiosi” che hanno scoperchiato Mafia capitale, e lotta dura alla “corruzione, una tassa occulta e immorale di 70 miliardi di euro”. Così Ferdinando Imposimato guadagnava ovazioni dal palco della Notte dell’onestà del Movimento 5 Stelle, pochi giorni prima di vincere le Quirinarie online e diventare il candidato unico grillino al Colle. Ma c’è stato un tempo in cui l’ex magistrato raccoglieva ovazioni di stampo esattamente opposto. Specie nei passaggi in cui inquadrava nel mirino i magistrati milanesi che avevano dato il via all’inchiesta Mani pulite. O meglio “alcuni investigatori al servizio di ex eroi e implacabili giustizieri che prendevano prestiti senza interessi dagli indagati”. Riferimento diretto ad Antonio Di Pietro, a cui si doveva sbarrare la strada perché era “un nemico dei partiti“.

LE OVAZIONI AL CONGRESSO DEI POST (MA NON TROPPO) CRAXIANI. Era il 9 maggio 1998, Imposimato interveniva a Fiuggi al congresso fondativo dello Sdi, i Socialisti democratici italiani. Alla fine della lunga traversata nel deserto seguita al crollo del Psi di Bettino Craxi, all’epoca latitante ad Hammamet, le microsigle del socialismo italiano puntavano al rilancio con la nuova formazione di Enrico Boselli. L’attacco più violento fu riservato ad Antonio Di Pietro, l’ex pm simbolo del pool di Milano diventato ministro per qualche mese nel governo di Romano Prodi, e che poi era confluito nei Democratici prodiani. Così, parlando dei rapporti del nascente Sdi con il centrosinistra di governo, Imposimato lanciava la sua filippica contro “la scelta di inserire nel governo un personaggio politicamente squalificato. Chi si proclama nemico dei partiti”, si infervorava il futuro candidato presidente del Movimento 5 Stelle, “chi amministra la giustizia in modo parziale e settario al servizio proprio e di amici  politici, chi ha violato le regole del giusto processo, chi è stato l’aguzzino dei socialisti non può essere accettato come alleato politico di coloro che hanno pagato un prezzo altissimo poiché questo equivarrebbe a legittimarne le malefatte e gli abusi” (qui sotto l’audio dell’intervento). La platea socialista si scaldò così tanto che il moderatore fu costretto a placarla perché si era già “in ritardo con l’ordine dei lavori”.

Video di Gianfo Franchi

MANI PULITE? “VIOLATO IL GIUSTO PROCESSO”. Nell’intervento, Imposimanto ammetteva l’esistenza di un vasto sistema di corruzione, tanto che esortava la nascente formazione a tenere lontani “affaristi e delinquenti”, ma faceva proprie tutte le tesi preferite dai nemici giurati del pool di Milano. Tutte le forze politiche erano coinvolte nelle tangenti, affermava, ma alcune “sono state ingiustamente salvate da un ex pm in cambio di favori politici e giudiziari”. I magistrati, poi, avevano “violato i principi del giusto processo”. Il Partito socialista di Craxi era stato “criminalizzato”, e continuava a esserlo. I socialisti erano diventati “capri espiatori perché vulnerabili”. Argomentazioni oggetto di un eterno dibattito, oggi non ancora spento, in parte confutate fatti alla mano dai protagonisti di quella stagione, ma che appaiono comunque poco in sintonia con gli umori del Movimento che ha portato a Imposimato 126 voti al terzo scrutinio per la scelta del successore di Napolitano. Per esempio si ricorda l’inziativa dei grillini in Commissione cultura della Camera nel novembre 2013: chiesero addirittura di cancellare il termine “socialista” dalla legge che proponeva di istituire un premio in memoria di Giacomo Matteotti. E certamente Beppe Grillo è il titolare di battute tra le più feroci sul Psi craxiano (“Se in Cina sono tutti socialisti, a chi rubano?”, anno 1986 ed espulsione immediata dagli schermi Rai).

Contraddizioni in seno al popolo (della Rete), avrebbe detto Mao. In quegli anni Imposimato fu protagonista di una feroce campagna contro il pool Mani pulite, come ha ricordato Marco Travaglio nei giorni scorsi su Il Fatto Quotidiano. Attaccava il procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli e si schierava a favore di Renato Squillante, capo dei gip di Roma arrestato nell’inchiesta Imi-Sir che vedeva protagonista Cesare Previti, condannato in primo e secondo grado, alla fine e assolto in Cassazione, ma con motivazioni che rilevavano il suo comportamento “non in linea con i doveri deontologici”.

IN TV PER “GRAZIARE” IL BOSS DELLA ‘NDRANGHETA. C’è però un’altra ombra nella biografia dell’ex magistrato, ben più spessa delle opinioni sull’inchiesta che ha scoperchiato Tangentopoli. Nel 1992 Ferdinando Imposimato, diventato nel frattempo senatore del Pds, si presentò sul palco del Maurizio Costanzo Show per perorare l’innocenza di Domenico Papalia, il capo dei capi della ‘ndrangheta trapiantata in Lombardia. Papalia era stato condannato definitivamente all’ergastolo per l’omicidio del boss Antonio D’Agostino, avvenuto nel 1977, ed era stato lo stesso giudice istruttore Imposimato a incriminarlo e a firmare l’ordine di arresto. Ora ne chiedeva la liberazione. “C’erano sufficienti indizi per rinviarlo a giudizio, ma non per la condanna”, tornò a dire pochi giorni dopo al Corriere della Sera. A restare allibiti furono questa volta altri magistrati milanesi, come ricostruiscono Gianni Barbacetto e Davide Milosa in “Le mani sulla città” (Chiarelettere). A cominciare da Alberto Nobili, che dalla neonata Direzione distrettuale antimafia stava chiudendo l’inchiesta Nord-Sud che avrebbe smantellato il clan di Papalia, basato a Buccinasco, le cui seconde generazioni sono coinvolte oggi in nuovi processi per mafia. Da magistrato, Imposimato aveva seguito importanti inchieste su terrorismo e mafia, e aveva sofferto sulla propria pelle la violenza mafiosa quando, nel 1983, la camorra aveva assassinato suo fratello Franco. La campagna a favore del boss toccherà il culmine con un’apparizione su Raidue insieme a una figlia di Papalia e ad Antonio Delfino, fratello giornalista del generale dei carabinieri Francesco. I Delfino sono originari di Platì, il paese aspromontano da cui provengono anche i Papalia, clan di grande spessore e accreditato di contatti ad alto livello anche nei servizi segreti. Scriverà in proposito il giudice Guido Piffer negli atti dell’inchiesta Nord-Sud: “Il senatore Imposimato è stato utilizzato, è il caso di dirlo, da scaltri manovratori, senza contare il suo preoccupante, se vera l’ipotesi, non potersi tirare indietro da pressioni o minacce provenienti da ambienti non certo di frati trappisti”. Imposimato respingerà con sdegno l’ipotesi di essere stato manovrato.

L’aspirante al Colle non disdegna le battaglie controverse. Uno dei suoi libri, “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia. Perché Aldo Moro doveva morire? La storia vera”, sosteneva il ruolo dei servizi segreti di mezzo mondo, dalla Cia al Mossad passando per la Stasi, nel sequestro e nell’assasinio del presidente della Dc a opera della Brigate rosse, con pesanti responsabilità di Cossiga e Andreotti. Tesi per la verità tornate in auge negli ultimi mesi con l’autorevole timbro del pg di Roma Luigi Ciampoli. Ma la fonte principale della controinchiesta di Imposimato, l’ex brigadiere della Guardia di Finanza Giovanni Ladu, che si era presentato come un ex appartenente alla rete Gladio, è attualmente è indagato per calunnia a Roma.