La versione di Amina è qualcosa di irrefrenabilmente rivoluzionario. Viso dolce e rotondo, capelli corti e riccioli ora tornati neri, un po’ di rossetto dalla tinta intensa e quei tatuaggi che qua e là sbucano tra braccia, petto e gambe a mostrare un po’ di corpo. E’ la carne del peccato, di quella peccatrice tunisina ancora minorenne che nel febbraio 2013 decise di fotografarsi a petto nudo postando lo scatto su Facebook dopo essersi scritta sul torace: “Questo corpo mi appartiene”. Da quel giorno Amina Sboui, vent’anni appena compiuti, è diventata l’icona simbolo dell’emancipazione della donna nel mondo islamico, ma ha anche passato l’inferno: imbottita di antidipressivi dai genitori, esorcizzata perché creduta indemoniata, finita nel mirino degli imam che la volevano lapidare, poi ancora in carcere in Tunisia, e infine la salvezza in Francia, a Parigi.

Dove però è stata investita dall’attentato a Charlie Hebdo e dal nuovo terrore mondiale: “L’Islam deve integrarsi col XXI secolo, perché ci sono versetti del Corano vecchi di quattordici secoli, cioè dell’epoca in cui sono stati scritti”, spiega al fattoquotidiano.it prima di partecipare all’incontro di presentazione del suo libro “Il mio corpo mi appartiene” (Giunti), alla Casa delle Donne di Milano. Perché Amina le bordate le tira con naturalezza. Ci vuole coraggio anche solo a pensarlo. “Sono laica ma non dico che bisogna abolire le religioni o abolire i luoghi di culto. Penso che la religione sia una questione privata che ciascuno deve vivere dentro di sé, senza andare a scuola con il velo o con la croce, o la stella di David”.

Un attimo di respiro e ripassiamo dal via: “La libertà non ha limiti, quindi non puoi dire a qualcuno in generale che sei libero di fare ciò che vuoi e poi gli dici “questo no”. Charlie Hebdo fa qualcosa di giornalisticamente unico in Francia, sono i soli che osano. Personalmente rispetto il loro lavoro e lo trovo fonte d’ispirazione. Il loro umorismo mi fa ridere molto. Io sono davvero Charlie”. E’ un fiume in piena la ragazza che ha fatto saltare le convenzioni socialmente ancorate all’estremizzazione di una cultura religiosa ferrea e misogina, e ha stuzzicato con pari forza il laicismo claudicante degli stati nordafricani e arabi sul nuovo ruolo sociale della donna: “Nell’Islam il numero cinque è fondamentale: cinque le preghiere, cinque i pilastri della fede, quinto il giorno della settimana, il giovedì, la cui notte è di riverenza, dato che precede il venerdì. Sono nata in una famiglia musulmana e sono cresciuta come musulmana. Non prego cinque volte al giorno, ma bevo cinque birre, esco col mio ragazzo cinque volte alla settimana e fumo cinque pacchetti di sigarette al giorno. Infrango molte regole, ma il numero cinque lo rispetto”, scrive la ventenne tunisina nell’introduzione al suo libro.

Nella sua ancor giovane e breve biografia, ad Amina pare già essere successo di tutto: l’avvicinamento alla fede cristiana (“entravo nella cattedrale perché era il luogo più calmo, non per pregare”), poi il femminismo e le Femen, a cui sbatte la porta nell’agosto del 2013 perché “islamofobe”, dopo che le attiviste femministe russe avevano fatto una colletta per farla uscire dal carcere (due anni presi per profanazione di un cimitero tunisino) e garantirle una scuola superiore in Francia: “La strage di Parigi è uno shock doloroso. Ma chi l’ha commesso ha solo danneggiato l’Islam e i musulmani moderati. Vivere pacificamente tra occidentali e musulmani moderati è possibile”. Controversa poi la sua vita in Francia, quando s’inventa un tentativo di violenza in Place de Clichy a quanto pare mai subito. Eppure in Amina si mescolano le nuove istanze libertarie e ribelli delle giovani generazioni nordafricane che sono scese in piazza in Egitto e Tunisia, formando la laicissima e ipertecnologica Primavera Araba: “Il libro che ho scritto è una testimonianza rivolta alla mia generazione. Perché i giovani capiscano che non tocca solo ai vecchi cambiare le cose, per affermare che non si è mai troppo giovani per impegnarsi in prima persona”.