Due scatti: nel primo si vedono le braccia al cielo di Gerald Ciolek al traguardo della Milano-Sanremo 2013; nel secondo due ragazzi in maglia giallo e nera consegnano una mountain bike a un ragazzino sorridente. La ventiduesima squadra che prenderà parte al prossimo Tour de France, invitata tramite una wild card dagli organizzatori, viene dal Sud Africa e tradisce la sua doppia natura sin dal nome. Quella commerciale è rappresentata da Mtn, azienda leader nelle telecomunicazioni in Africa e Medio Oriente, la filantropia sta in carico a Qhubeka. In lingua Nguni il termine significa progredire, andare avanti e ricorda che la formazione è stata fondata con l’obiettivo di donare biciclette per favorire gli spostamenti tra i villaggi sudafricani.

Fino a ora ne hanno distribuite oltre 50mila nel paese, un regalo decisamente utile per milioni di bambini e adolescenti che ogni mattina si trovano a percorrere due ore di strade e sentieri per raggiungere la scuola. La beneficenza non ha distratto la dirigenza di Mtn-Qhubeka dalle sue ambizioni: formare una squadra all’altezza della corsa a tappe più prestigiosa del pianeta. A Ciolek sono stati affiancati Boasson Hagen, Theo Bos, Matthew Goss e Tyler Farrar. Con loro il prospetto empolese Kristian Sbaragli e i migliori africani in circolazione, dagli eritrei Berhane e Merhawi al sudafricano Meintjes, fino al ruandese Niyonshuti. Da tutti i punti di vista non è sbagliato parlare della prima storica volta di una squadra africana alla Grande Boucle.

“I precedenti sono due, ma sono, per così dire, controversi – spiega il giornalista esperto di due ruote Filippo Cauz -. Nel 2007 esordì al Tour la sudafricana Barloworld, che però aveva management europeo e sede a Londra per motivi fiscali. Nel 1950 e nel ’51, ai tempi delle gare per nazionali, fu invitata una squadra mista di corridori provenienti dalle allora colonie francesi Algeria e Marocco. La loro parabola è rappresentata da Abdel-Kader Zaaf che, in stato confusionale per la fatica, imboccò il percorso in senso opposto e si classificò ultimo. L’esperienza di Mtn-Qhubeka appare di tutt’altro segno”. “Sono entusiasta, il continente ha bisogno di locomotive” commenta Giandomenico Massari. Vive da molti anni in Nigeria, è il vicepresidente della federazione ciclistica nazionale e rappresentante dell’Africa all’Uci. “I dirigenti sudafricani hanno seguito, in piccolo, il modello Astana e creato un giusto mix di atleti locali e internazionali – prosegue Massari – Il ciclismo, come tutti gli sport, è scientifico. Contano tecnica, nutrizione, tecnologie e fattori generazionali. A queste latitudini il movimento cresce, ma è ancora agli albori e bisogna accompagnare il suo cammino: anni fa, al tempo dei successi di Luna Rossa, in Italia tutti si scoprirono velisti, speriamo che in Africa sia il momento delle due ruote”.

Se Sud Africa e i paesi del Maghreb, Eritrea e Etiopia oppure Burkina Faso per motivi storici e morfologici hanno già una tradizione ciclistica e vantano competizioni partecipate e appassionanti, altrove non si vedono biciclette nel raggio di decine di chilometri. “Nei villaggi trovi vecchi modelli con i freni a bacchetta, in città nemmeno quelle – dice Massari, che lavora alla creazione di un team professionistico in Nigeria – La gente vede la bici come un mezzo di sofferenza e non ha ancora intuito la sua funzionalità negli spostamenti quotidiani. Privati e istituzioni devono lavorare a un cambio di mentalità: il ciclismo è anche opportunità di sviluppo e dà lavoro a produttori, rivenditori e meccanici”. Dal canto loro gli organizzatori della corsa a tappe transalpina sperano nella proliferazione di un’altra figura: quella del tifoso africano davanti alla tv. “La corsa è già un evento globale: il Tour de France si racconta come l’evento più seguito del pianeta, anche se dovremmo metterci d’accordo sulle definizioni. Mercati inesplorati, però, in Africa e non solo ci sono ancora. Nei prossimi anni, il ciclismo internazionale guarderà con sempre maggiore insistenza a quegli angoli di mondo” conclude Filippo Cauz.