Molto lontani dalla Gran Bretagna, ma allo stesso livello della Svizzera. Nella classifica mondiale degli Open data l’Italia si trova al 22° posto fra i paesi emergenti. Quelli che si stanno muovendo, ma potrebbero fare di più. E di un maggiore impegno c’è bisogno visto che comunque abbiamo perso un paio di posizioni a causa del nostro “progresso moderato”, come indica il commento del Barometer open data della World Wide Web Foundation. Comune al gruppo dei paesi emergenti è la prontezza da parte della società civile a cogliere l’importanza dei dati aperti che si contrappone a una maggiore lentezza di imprenditori e governo che possiedono invece un basso livello di percezione dell’impatto degli Open data.

Nei tre parametri presi in esame, l’Italia si guadagna un punteggio medio, 55, nella readiness, 54 nella implemetation e solo 36 nell’impatto degli open data misurato tramite l’attenzione dei media e le menzioni accademiche. Utile mezzo per combattere la corruzione, come ha sottolineato anche l’ultimo G20, gli Open data sono anche un formidabile strumento per decidere quale ospedale scegliere, dove iscrivere a scuola i figli, per migliorare i servizi della Pubblica amministrazione e offrire nuovi strumenti alle aziende.

Per essere utili devono essere accessibili gratuitamente, pubblicati in formati di file adatti per essere estratti ed elaborati facilmente e riutilizzabili con un regime legale che imponga restrizioni minime per il loro utilizzo. Condizioni non particolarmente complicate che nascondono l’impegno da parte della Pubblica amministrazione alla pubblicazione dei dati. In Italia, secondo le rilevazioni che si fermano a ottobre 2014 del sito del governo dati.gov.it, sono 12.084 i dataset disponibili.

Non tutti però sono uguali. Le modalità di apertura adottate dalle Pa che indicano il modello di riutilizzo sono infatti diverse. Così ne abbiamo poco più di settecento con il livello più basso (4), oltre cinquemila al livello 3, 1849 al 4 e il resto, 529 dataset che ottengono il punteggio massimo. E cinque sono le differenti licenze utilizzate per pubblicare i dati. Nella Pa, l’Istat con 735 dataset, seguita da Inps e Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) è il maggior produttore di Open data, mentre a grande distanza troviamo Camera (78) e Senato (55).

Meglio fanno gli enti locali con la Provincia autonoma di Trento che sforna 864 gruppi di dati, e la Regione Lombardia con 849. Il cammino però è ancora lungo. In totale sono 109 le amministrazioni che rilasciano dati aperti. Di queste 44 (su ottomila) sono i Comuni, 26 le amministrazioni centrali, 20 le Regioni, 16 le province e tre le Università.

Una volta pubblicati i dati possono dare vita a iniziative come quella di Open Polis che con Openbilanci, Municipio e Parlamento, analizza i bilanci e i dati dei Comuni italiani e l’attività dei parlamentari o Bus Torino per sapere quando arriverà il tuo autobus. E poi ci sono le aziende che i dati relativi al territorio li utilizzano per decidere per esmpio dove aprire i loro punti vendita. I limiti stanno nella fantasia degli imprenditori e nella volontà della Pubblica amministrazione.