Nel nome del padre. La vita di Lindsey Vonn, all’apparenza fortunata, come quella di molti sportivi è segnata da una sofferenza che data alla prima infanzia: la presenza di un genitore ingombrante, possessivo, che sull’erede proietta le proprie aspirazioni e frustrazioni. La storia somiglia in tutta la sua tragicità a quella raccontata da Andre Agassi nella sua splendida autobiografia “Open” (Enauidi Stile Libero, 2011) scritta con J. R. Moehringer. E così questa donna che a tutti appariva bella, vincente, celebrità contesa dalle copertine patinate e campionessa assoluta nel suo sport, qualche anno fa si trovò a raccontare: “Tutto quello che riguarda la mia vita sembra perfetto, se visto dal di fuori: ma ho le mie difficoltà, come tutti. C’è stato un momento nel 2008 nel quale mi sono sentita senza speranza, come uno zombie: non riuscivo a muovermi dal mio letto”.

Nel nome del padre. Quel nome paterno Kildow che appena ha potuto, poco più che ventenne, ha abbandonato prendendo quello del marito, l’ex sciatore Thomas Vonn. Ma dietro il luccichio dei suoi capelli biondi e delle sue medaglie d’oro, abbagliato dallo splendore del suo magnifico sorriso, ha sempre covato una profonda zona d’ombra. Se il padre, anche lui ex sciatore costretto ad abbandonare giovanissimo per un infortunio, fin dalla più tenera età le ha imposto gli scii come dovere assoluto, facendola gareggiare fin da piccola, imponendole lunghissime trasferte prima e una lontananza forzata poi per crescere allo Ski Club Vail in Colorado, sedici ore di macchina dal Minnesota, con il marito non è andata meglio. Compagno, allenatore, manager, un surrogato di quel padre padrone che le imponeva l’eccellenza nella competizione a ogni costo.

Oggi Lindsey Vonn, che è separata e subito dopo si è conciliata con il genitore, mantiene il nome dell’ex marito per motivi squisitamente commerciali, di sponsor. Raggiunto il record assoluto di vittorie in Coppa del Mondo il suo sorriso sembra felice, genuino, ma non potrà mai cancellare le ore passate dentro un sacco a pelo sui sedili dietro della macchina mentre il padre la portava, così piccola, ai faticosissimi allenamenti. L’impossibilità di avere una vita come gli altri, gli amici, le feste, tutto sacrificato alla competizione. E poi il matrimonio, anche quello per “business” come confessa anni dopo al New York Times, cui racconta laconica: “Sembravamo un quadro perfetto se visto dall’esterno, ma nessun matrimonio è perfetto”. Nessuna vita è perfetta. E quella dei campionissimi dello sport, al di là di quello che potrebbe sembrare, spesso lo è ancora meno delle altre.

Dopo una carriera colma di vittorie qualcosa si rompe, si susseguono ricoveri ospedalieri su cui aleggia il mistero. Poi, piano piano, concluso il lungo e difficile iter della separazione, avvenuto il riavvicinamento col padre, due anni fa racconta: “Quest’anno per la prima volta nella mia vita ho capito che sono sola al cancelletto di partenza e che sono io a decidere quali linea fare e quanto veloce andare. Sono tornata bambina, scio per me e mi diverto”. Arriva l’infortunio alla Discesa Libera in Val d’Isere che le fa saltare le Olimpiadi di Sochi 2014 e dopo un anno il rientro all’attività. Ieri in Discesa eguaglia il record di Annemarie Moser-Pröll, oggi in Super G lo supera. Lo festeggia sotto il podio con la famiglia, il padre, la madre, i fratelli: tutti uniti. Sembra il quadretto perfetto della famiglia americana felice e vincente, ma sul muro, dietro la tela, resta indelebile la macchia nera di un’infanzia rubata.

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