La pressione fiscale reale “supera abbondantemente il 50%”. E’ quanto emerge da una ricerca della Fondazione dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Rimini, secondo la quale il metodo utilizzato per calcolare il peso delle tasse sui redditi dei contribuenti è basato su presupposti sbagliati . Di conseguenza “l’impatto reale non è quello dai più stimato. Tanto che si deve parlare di un’autentica ‘bugia'”. La pressione fiscale viene infatti ricavata come rapporto tra prelievi coattivi e Pil. Ma, notano i commercialisti, “l’esigenza di stimare una misura di Pil confrontabile con quello degli altri paesi ha portato ad includere” nella misura del prodotto interno lordo “anche l’economia sommersa“. Di conseguenza “il valore di pressione fiscale ufficiale che ne risulta spalma il prelievo tributario anche sui redditi che, in realtà, poiché occultati al fisco, non hanno pagato imposte, sottostimando conseguentemente il sacrificio sopportato dalla parte di Pil effettivamente incisa dal prelievo fiscale”.

Risultato: “Mentre nella classifica della ‘pressione fiscale ufficiale’ l’Italia, con il 43,8%, è al quinto posto in Europa, dopo l’Austria, in quella della ‘pressione fiscale effettiva’ è assolutamente prima con il 52,2%, distanziando di oltre 2 punti percentuali la seconda, rappresentata dalla Danimarca”. Si tratta di 8,4 punti percentuali in più rispetto al dato ufficiale. “A questa quota percentuale – precisa la ricerca – si arriva inventariando tutte le imposte e le tasse attualmente previste dal nostro ordinamento, quantificando il livello di pressione fiscale attualmente esistente sulle persone fisiche e determinando la ripartizione del peso fiscale per ente impositore (Comuni, Province, Regioni, Stato)”.

L’attenzione della Fondazione “si è concentrata sui redditi da lavoro dipendente, sui quali il livello di pressione raggiunge livelli impressionanti, condizionandone pesantemente il livello dei consumi”.