“E’ giunto il momento di colpire, ma non alla cieca”. Stefano Manni aveva le idee chiare su quali fossero gli obiettivi da annientare con una nuova strategia della tensione per “disintegrare il sistema” e dar vita a un “ordine nuovo” ispirato al fascismo. In cima alla lista dell’eversione nera c’erano magistrati e politici. Ma anche Prefetture, Questure e uffici di Equitalia da far saltare “con i dipendenti dentro”. Era questo il piano del gruppo clandestino “Avanguardia ordinovista”, che puntava alla ricostituzione di Ordine Nuovo, e che è stato smantellato questa mattina dalla procura della Repubblica dell’Aquila. Durante l’operazione – condotta in diverse regioni d’Italia dal Ros del carabinieri grazie anche all’impiego di agenti infiltrati - sono state arrestate quattordici persone (11 in carcere e 3 ai domiciliari). Altre trentuno sono indagate.

Il leader è un ex carabiniere
L’operazione ha interessato le città di L’Aquila, Montesilvano, Chieti, Ascoli Piceno, Milano, Torino, Gorizia, Padova, Udine, La Spezia, Venezia, Napoli, Roma, Varese, Como, Modena, Palermo e Pavia. Secondo gli investigatori l’organizzazione era guidata da Stefano Manni, 48 anni, originario di Ascoli Piceno, che si occupava del reclutamento e del reperimento dei fondi. E che vantava un legame di parentela con Gianni Nardi, terrorista neofascista che negli anni ’70 insieme a Stefano Delle Chiaie, Giancarlo Esposti e Salvatore Vivirito, uno dei maggiori esponenti di Ordine Nuovo. Manni fino a 10 anni fa era un sottufficiale dell’Arma, congedato per infermità. Il ruolo di ideologo invece era rivestito – secondo le indagini – da Rutilio Sermonti, 93 anni, ex appartenente a Ordine Nuovo, e considerato una delle figure più importanti del panorama degli intellettuali di destra in Italia. Il suo “Statuto della Repubblica dell’Italia Unita”, infatti, è una sorta di nuova carta costituzionale di matrice fascista, ed è stato sequestrato dai carabinieri nella sua casa.

“Azioni violente contro le istituzioni”
Il piano degli indagati, hanno spiegato in conferenza stampa il comandante nazionale del Ros, il generale Mario Parente, e il procuratore dell’Aquila Fausto Cardella, era “basato su un doppio binario”: “Da un lato atti destabilizzanti da compiersi su tutto il territorio nazionale e dall’altro un’opera di capillare intromissione nei posti di potere, tramite regolari elezioni popolari con la presentazione di un loro nuovo partito“. Accanto all’attività clandestina, infatti, veniva portato avanti un progetto visibile, alla luce del sole, che puntava ad allargare il consenso utilizzando i social network e in particolare Facebook per la propaganda. E proprio qui gli arrestati parlavano di attentati, minacce e di armi. I reati contestati sono associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, associazione finalizzata all’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi nonché tentata rapina. L’organizzazione – secondo gli inquirenti – progettava azioni violente nei confronti di obiettivi istituzionali, tentando di reperire armi attraverso rapine o all’estero. I kalashnikov, ad esempio, dovevano essere comprati in Slovenia. “Quanto costano le caramelle? Mille l’una. Ne hanno cinque”, dicono Manni e Franco Grespi (anche lui arrestato) al telefono. Ma si parla anche di “botti“: “Hanno solo quelli usa e getta, una botta sola, a 400 l’uno”, dice Grespi. “Non vanno bene, servono quelli da appoggiare e poi andare”, risponde Manni

“Bisogna colpire, ma non come a Bologna. Bisogna far saltare gli uffici di Equitalia con i dipendenti dentro”
Avanguardia ordinovista – secondo il gip Giuseppe Romano Gargarella che ha firmato l’ordinanza – era pronta a uccidere anche magistrati, rappresentanti delle forze dell’ordine, politici e ministri. Gli obiettivi finiti nel mirino, secondo la Procura dell’Aquila, erano Prefetture, Questure e uffici di Equitalia. Lo dice Manni al telefono, mentre il Ros lo intercetta: “E’ giunto il momento di colpire, ma non alla cieca. Non come alla stazione di Bologna, tra l’altro non attribuibile a noi, vanno colpite banche, prefetture, questure, uffici di Equitalia, con i dipendenti dentro”, spiega il leader, che precisa: “Perché Equitalia non ha un corpo e un’anima, opera (ed uccide) per mezzo dei suoi dipendenti”. “E’ arrivato il momento di farlo, ma farlo contestualmente. Non a Pescara e poi fra otto mesi a Milano“. “Poi – conclude – credo che la via dell’Italicus sia l’unica percorribile”, alludendo all’attentato terroristico compiuto nella notte del 4 agosto 1974 a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna sul treno espresso Roma-Monaco di Baviera, in cui morirono 12 persone ed altre 48 rimasero ferite. Insomma, una nuova “strategia della tensione” da attuare 40 anni dopo quella che insanguinò l’Italia.

Lo spiega bene Luca Infantino come deve essere coordinata “l’azione”: “Deve essere simultanea e potrebbe colpire le città di Roma, Milano e Firenze per creare una punta di terrore, in quanto solo due bombe ad Equitalia non verrebbero commentate sui media”. Sarebbe più “utile colpire metropolitane tipo Bologna, Milano, Roma per incutere terrore nella popolazione”. In modo che “il popolo bue”, impaurito, “si rivolga a noi”.

“E’ il momento di carbonizzare Napolitano”
L’inchiesta ha poi documentato una serie di minacce al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Manni dedica al Capo dello Stato parecchi post su Facebook. In uno scrive: “Questo è il momento storicamente perfetto per carbonizzare Napolitano e la sua scorta. Da qui deve partire la liberazione d’Italia”. Altre minacce vengono rivolte alla presidente della Camera Laura Boldrini e all’ex ministro per l’integrazione Cecile Kyenge. Due obiettivi, poi, erano ritenuti dall’organizzazione più facili da raggiungere, perché privi di scorta: Pierferdinando Casini e il presidente della regione Abruzzo Gianni Chiodi che dovevano essere pedinati, osservati e poi uccisi prendendo ispirazione “dalle Brigate Rosse nella costituzione di cellule di 4 o 5 persone”. Ma c’erano da regolare anche i vecchi conti lasciati in sospeso con gli ex camerati. Nel mirino era finito l’ordinovista Marco Affatigato, oggi latitante, che il gruppo voleva “eliminare” perché “legato ai servizi segreti” e quindi colpevole degli arresti del 90% dei camerati”. Un assassinio poi sfumato.

L’obiettivo: creare un partito
In una seconda fase – spiegano gli investigatori – gli arrestati avevano progettato di trasformarsi in partito: il Movimento Politico – nel quale i militanti volevano coinvolgere anche l’ex terrorista nero Mario Tuti (non indagato) – con il quale volevano partecipare direttamente alle elezioni. Ma prima di arrivare alle urne, “si destabilizza la situazione, si fanno 6-7 mila attentati di quelli sanguinari“, dice Manni. Tra le attività pubbliche era in cantiere la costituzione di una scuola politica, denominata Triskele, legata al “Centro Studi Progetto Olimpo”, che si sarebbe dovuta occupare dell’organizzazione di incontri in tutta Italia. Luca Infantino è il membro del gruppo incaricato di darsi da fare su questo piano, tanto che partecipa “attivamente e pubblicamente – scrivono nelle 192 pagine di ordinanza – alla formazione di una lista civica – ‘Ilaria Casale’ da presentare alle elezioni amministrative tenutesi nel maggio 2014 nel comune di San Vittore Olona“, in provincia di Milano. E tra gli arrestati c’è anche Katia De Ritis, vicesegretario di Fascismo e Libertà, eletta lo scorso maggio nel consiglio comunale di Poggiofiorito (Chieti). Di lei i magistrati scrivono che “nell’ultimo periodo d’indagine si è spesa per individuare obiettivi fisici da colpire e canali per il reperimenti di armi da fuoco e per i contatti con altri gruppi operativi”. Ma era prevista anche l’organizzazione di “Campi Hobbit”, richiamando il nome delle manifestazioni ideate dal Fronte della gioventù tra il 1977 e il 1981. C’era anche un luogo di “venerazione” lungo la costa abruzzese, dove gli appartenenti al gruppo di Manni e Sermonti si riunivano, ma sul quale gli investigatori mantengono il più stretto riserbo.

I legami con le altre organizzazioni
Il gruppo “Avanguardia ordinovista” manteneva poi stretti contatti con altre organizzazioni in Italia, tra le quali i “Nazionalisti Friulani”, il “Movimento Uomo Nuovo” e la “Confederatio”.

Ordine Nuovo, da Rauti alle stragi
Il “Movimento politico ordine nuovo”, a cui si ispirava il gruppo, è stata un’organizzazione neofascista fondata nel 1969 da Clemente Graziani. Venne sciolta dal ministro dell’interno Paolo Emilio Taviani, dopo l’inchiesta condotta dal giudice romano Vittorio Occorsio, poi rimasto vittima di un agguato mortale, grazie alla quale diversi dirigenti vennero condannati per “ricostituzione di partito fascista”. Il Movimento Politico si ispirava alla rivista Ordine Nuovo, fondata nel 1956 da Pino Rauti e altri giovani fuoriusciti dall’Msi. Non pochi componenti di Ordine Nuovo – a partire proprio da Rauti e Graziani – sono entrati nelle inchieste sulle stragi: da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, da Peteano alla bomba della stazione di Bologna.

L’impiego di agenti infiltrati
“Noi crediamo di essere arrivati prima che l’organizzazione entrasse in azione, i progetti c’erano, non potevamo correre il rischio di scoprire dopo quanto fossero concreti”. Lo ha spiegato il procuratore distrettuale antimafia dell’Aquila, Cardella. “Abbiamo verificato che il comportamento e le condotte degli indagati rientravano nella fattispecie dell’articolo 270 bis, e abbiamo agito di conseguenza – ha continuato – Per la prima volta abbiamo applicato la norma che prevede la presenza di agenti infiltrati, che hanno avuto un ruolo molto importante, assieme alle intercettazione e agli altri strumenti investigativi utilizzati”. Cardella spiega anche che “le non precisate azioni eversive erano in cantiere anche in Abruzzo, dove era la base operativa”.

Pacifici: “Servono sentenze esemplari”
“Per chi si ispira al fascismo non ci devono essere mezze misure. Vogliamo credere che questo immenso lavoro si possa al più presto concretizzare con sentenze esemplari“. Queste le parole del presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.