Le sale del Mulino, a Bologna, di solito sono un quieto paradiso di libri, riviste accademiche, riunioni intellettualmente vivaci e cene allietate dalle lasagne della cuoca Magda. In questi giorni, invece, nei corridoi di strada Maggiore dove negli anni è maturato il meglio della cultura progressista attorno a personaggi come Nino Andreatta, c’è una tensione che non si vedeva da decenni. “È stato vergognoso mollare così la Carocci”, ha detto l’unico sopravvissuto dei fondatori del Mulino, Luigi Pedrazzi, in un’intervista a Repubblica, “ha trasformato una complessa vicenda aziendale in una violenta polemica”. Il politologo Pedrazzi, 87 anni, è l’ultimo grande vecchio del Mulino, garante morale di quel mondo che produsse prima la rivista, poi la casa editrice e infine l’associazione. E Pedrazzi attacca i soci, tra cui ci sono personalità come Romano Prodi, Chiara Saraceno, Ilvo Diamanti: “Abbiamo dovuto prendere atto che non tutti sono cuor di leone, pronti alla battaglia. Alcuni vogliono andare molto in alto, scalare l’Everest, l’Europa o l’Unesco. Altri sono presi da interessi culturali specifici. Mi sembra che manchi l’etica di cui parlava Weber”, dice a Repubblica.

Nel 2009, il Mulino compra un’altra casa editrice specializzata in saggistica e manuali, la Carocci di Roma. “Era un affarone, il Mulino andava bene e Carocci no, ma il suo marchio è stato molto valorizzato dopo l’acquisto, soprattutto dal punto di vista scientifico”, ricorda Carlo Galli, politologo, dal 1972 socio del Mulino, a lungo presidente del comitato editoriale e oggi parlamentare del Pd. Oggi i conti sono questi: la Società editrice Il Mulino nel 2013 ha prodotto ricavi per 10 milioni e perdite di 7.407 euro. La Carocci. Nello stesso periodo, ha avuto un fatturato di 5,3 milioni e una perdita di 27 mila, dopo il rosso di 73 mila l’anno prima. Edifin, holding che controlla le edizioni di Mulino e Carocci, il 10 dicembre annuncia la cassa integrazione a zero ore per 17 dipendenti Carocci, 11 di questi redattori. Parte subito una petizione di intellettuali del mondo romano che protestano contro i tagli decisi a Bologna: “Un intervento di questa portata non prefigura un auspicabile rilancio della casa editrice e, anzi, sembra preannunciare un ulteriore prossimo ridimensionamento, se non un vero e proprio smantellamento”, scrivono in un appello Alberto Asor Rosa, Tullio De Mauro, Adriano Prosperi, Luca Serianni.

A indignare Luigi Pedrazzi è il silenzio bolognese. Tanto più che anche nella patria del Mulino le cose stanno cambiando: 14 redattori verranno spostati in una nuova società, sempre controllata dalla Edifin, che si chiamerà Edimil, un po’ come successo qualche decennio fa con la nascita della Promedi per la distribuzione. A che scopo?, si chiedono preoccupati gli interessati. Queste decisioni le prende l’amministratore delegato Giuliano Bassani, le scelte aziendali non dipendono direttamente da Prodi, Amato, Visco, Della Loggia e tutti gli altri. Ma su un punto, spiega Carlo Galli, Pedrazzi ha ragione: “Non sarebbe stato male che il presidente dell’editrice Enrico Filippi spiegasse cosa stava succedendo all’assemblea dei soci”. L’associazione è il nucleo dell’universo del Mulino, vera proprietaria della casa editrice: il presidente è il costituzionalista Enzo Cheli, ci sono 91 soci e undici di questi compongono il direttivo, da Elisabetta Gualmini ad Angelo Panebianco. In tanti, a Bologna, si chiedono perché questi tagli al personale che stanno creando preoccupazione e danni di immagine alla casa editrice non siano stati comunicati nell’ultima occasione utile, cioè l’annuale lettura del Mulino, a metà ottobre. Forse per non turbare il clima di festeggiamenti per i 60 anni della rivista e la lettura magistrale di Ignazio Visco? “Quello che accade dentro il Mulino non presenta nulla di vergognoso né persegue finalità nascoste” , ha replicato con un comunicato il direttivo dell’associazione a Pedrazzi. Nel testo si legge anche che il piano sarebbe stato comunicato con una lettera ai soci nei giorni scorsi.

Forse è una coincidenza, forse no. Ma questi tumulti aziendali arrivano nel momento in cui la trasfigurazione politica dell’impegno del Mulino, cioè il progetto dell’Ulivo, viene archiviato da Matteo Renzi (“Si sono persi 20 anni”). Nel renzismo non c’è posto per i professori, figurarsi per quelli seri e politicamente consapevoli del Mulino. “Su Renzi il grosso dell’associazione è agnostico o favorevole con diversi gradi di renzismo”, nota Carlo Galli, che invece è dichiaratamente ostile al premier da sinistra. La rivista del Mulino è diretta dal renziano Michele Salvati, ma non tutti condividono il suo entusiasmo. Il Mulino ha avuto molti momenti di scontro, ai tempi del primo centrosinistra
(1962), poi con la divisione dei cattolici sul referendum contro il divorzio (1974) e con l’arrivo di Silvio Berlusconi (1994), che non dispiaceva ad Angelo Panebianco ed Ernesto Galli della Loggia. Questa volta il momento sembra ancora più difficile.

da il Fatto Quotidiano di sabato 20 dicembre 2014