Per la democrazia sudcoreana si tratta di una decisione senza precedenti. La Corte costituzionale ha decretato lo scioglimento del Partito progressista unificato (Upp), la forza politica più a sinistra dell’arco parlamentare sudcoreano, accusato di simpatie per la Corea del Nord e per questo considerato “una minaccia per l’ordine democratico”. La decisione non è appellabile. A favore hanno votato otto giudici su nove. Lo scioglimento comporta anche l’automatica decadenza dall’incarico per i cinque parlamentari su cui l’Upp poteva contare

Come sottolinea il quotidiano Hankyoreh, la decisione riporta le lancette della Corea del Sud indietro ai tempi dell’autoritarismo, prima della svolta democratica della fine degli anni Ottanta. Nel 1959, ad esempio, Cho Bong-am, candidato alla presidenza per il Partito progressista, fu condannato a morte con l’accusa di aver violato la Legge sulla sicurezza nazionale. All’anno prima risale invece l’ultimo caso di un partito dissolto per decisione della magistratura, sotto la presidenza di Lee Seung-man.

L’accusa principale è che il Partito progressista unificato (nato nel 2011 dalla fusione del Nuovo partito progressista con altri movimenti) stesse complottando per realizzare un governo pro-comunista e votato all’unificazione con la Corea del Nord. Duro il commento della leader dell’Upp, Lee Jung-hee, che nel negare legami con Pyongyang ha denunciato quella che a suo giudizio è la “discesa del Paese sotto la dittatura di Park Geun-hye“, figlia del dittatore Park Chun-hee, al potere tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, eletta alla presidenza nel 2012.

“Già nel 2013, comunque, tutto era chiaro, a seguito dell’arresto di alcuni membri dell’Upp, accusati di complottare contro il governo del loro Paese, soprattutto nel caso di un conflitto con la Corea del Nord“, spiega Antonio Fiori, professore associato all’Università di Bologna ed esperto di storia e istituzioni dell’Asia, contatto da ilfattoquotidiano.it.

In primavera il parlamentare Lee Seok-ki e altri membri del partito furono condannati per complotto a periodi di detenzione che vanno dai due ai nove anni, accusati di connivenza con un gruppo clandestino chiamato Organizzazione rivoluzionaria, in attesa che a gennaio la Corte suprema dia il verdetto finale sul caso.

Per Amnesty International, la decisione della Corte costituzionale rischia di avere “conseguenze preoccupanti per la libertà di espressione e associazione nel Paese”. In particolare, l’organizzazione per la tutela dei diritti umani punta il dito contro il sempre più frequente uso della Legge sulla sicurezza nazionale (che vieta attività e propaganda filo-comuniste) per silenziare le voci dissenzienti, accusate di un presunto sostegno a Pyongyang.
“Gli spazi per la libertà di espressione si sono fatti più stretti negli ultimi anni”, aggiunge Amnesty.

Preoccupazioni condivise da Fiori, secondo cui pare che “dietro una facciata democratica – e che assicura le libertà fondamentali – il presente governo sudcoreano, guidato da Park, si stia contraddistinguendo per il suo ricorso a leggi discutibili e ad attività di pura diffamazione per silenziare le voci ad esso contrarie e critiche. Questa questione della diffamazione è importantissima, perché pone dei problemi sostanziali alla libertà di espressione”.

di Andrea Pira