Torture durante gli interrogatori e uso del “waterboarding“, tecnica illegale che consiste nel versare acqua gelata sulla faccia coperta da un asciugamano simulando l’annegamento. Gli Stati Uniti temono un nuovo scandalo Abu Ghraib, la prigione irachena dove militari americani torturarono alcuni detenuti nel 2004, a conclusione delle indagini svolte dalla Commissione di intelligence del Senato Usa riguardo alle tecniche d’interrogatorio usate dalla Cia dopo l’11 settembre 2001. Il 9 dicembre verrà reso pubblico il rapporto conclusivo che, si teme, scatenerà una nuova ondata di antiamericanismo all’estero, soprattutto in quei Paesi dove la propaganda contro gli Stati Uniti viene usata come mezzo per giustificare conflitti e atti terroristici contro obiettivi occidentali. Proprio per prevenire possibili attacchi, il Dipartimento di Stato ha già rafforzato le misure di sicurezza per ambasciate e postazioni militari nel mondo.

Il documento, un report di 480 pagine che fa parte di uno studio ben più ampio (6mila pagine secondo il New York Times), per il momento secretato (classified), contiene informazioni su episodi e tecniche di tortura usati dalla Cia nelle prigioni segrete in Europa e Asia. Non solo waterboarding, ma anche “dettagli mai rivelati prima“. Un documento che riporta d’attualità la polemica nei confronti della passata amministrazione Bush, già travolta da rivelazioni riguardanti abusi nei confronti di prigionieri considerati legati a organizzazioni terroristiche. Dal rapporto, però, emergerebbe che la Cia ingannò anche la Casa Bianca sulla natura, l’ampiezza e i risultati di tecniche illegali che venivano utilizzate. Proprio questo aspetto, rivela il New York Times, avrebbe indotto alcuni ex collaboratori di George W. Bush a consigliare all’ex presidente di prendere le distanze dalle rivelazioni del report della Commissione. Consiglio che il predecessore di Barack Obama ha deciso di non accogliere: “Siamo fortunati ad avere uomini e donne che lavorano duro alla Cia per nostro conto – ha dichiarato in un’intervista -. Sono patrioti, e qualsiasi cosa dica il rapporto, se ne minimizza il contributo al nostro Paese, è di gran lunga fuori strada”.

Gli ex vertici della Central Intelligence Agency, intanto, corrono ai ripari. Come l’ex numero due dell’agenzia, John McLaughlin, il quale ha dichiarato che il report “usa informazioni in maniera selettiva, spesso distorte per segnare un punto”. Anche l’ex direttore, Michel Hayden, ha parlato ai microfoni della Cbs, assicurando che gli ex agenti segreti non sono qui “a difendere le torture, ma a difendere la storia“. A scaricare le responsabilità sui vertici dell’Agenzia ci pensa, però, il capo del programma per gli interrogatori, Jose Rodriguez:  “Abbiamo fatto ciò che ci era stato chiesto di fare – ha detto al Washington Post – abbiamo fatto ciò che ci era stato assicurato che fosse legale“.

Gran parte dei Repubblicani si schiera a favore della passata amministrazione e si dice contraria alla pubblicazione del rapporto. Come il capo della Commissione intelligence della Camera, Mike Rogers, il quale rivela la presenza di informazioni che, se diffuse, metterebbero in pericolo la vita degli americani all’estero e “inciteranno alla violenza“. “Trasparenza” è, invece, la parola d’ordine dell’amministrazione Obama riguardo al contenuto del report, anche se il Segretario di Stato, John Kerry, ha chiesto alla presidente della Commissione, la democratica Dianne Feinstein, di “riconsiderare i tempi della diffusione“. No secco dell’ex sindaco di San Francisco che, al Los Angeles Times, risponde alla richiesta di Kerry dicendo: “Dobbiamo diffonderlo, chiunque lo leggerà farà in modo che non si ripeta mai più”.