“Se il Pd torna a essere il partito dell’Ulivo, che unisce e accompagna il Paese, non ci sarà bisogno di alternative. Ma se il Pd è quello di questi ultimi mesi, è chiaro che ci sarà bisogno di una forza politica nuova”. Il presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi, in un’intervista al Corriere della Sera ipotizza una spaccatura all’interno del partito democratico e nega che la forza che nascerebbe da lì sarebbe minoritaria: “Tutt’altro che minoritaria -afferma- una forza di sinistra, competitiva con il partito della nazione. E allora servirà, oltre alle idee, la classe dirigente“.

Secondo Bindi, inoltre, “Renzi sbaglia quando si paragona al partito a vocazione maggioritaria di Veltroni, che prese il 33% e ridusse la sinistra radicale a prefisso telefonico. Quello era collocato nel centrosinistra e non ambiva a fare il partito pigliatutto. Se il Pd è quello di questi mesi una nuova forza a sinistra non sarà residuale, ma competitiva. E sarà un bene per il Paese, se non vogliamo che il confronto si riduca ai due Matteo. Sarà una sinistra riformista e plurale, ma sarà una sinistra. Sarà il Pd“. E attacca il presidente del Consiglio anche sul fronte della riforma costituzionale (“così è irricevibile, umilia il Parlamento e lo rende subalterno al governo”), della legge di Stabilità (“non può essere una mera restituzione delle tasse, c’è bisogno di sostegno vero al lavoro e agli investimenti”) e dell’Italicum (“c’è da dare al Paese una legge che assicuri il bipolarismo, non attraverso i nominati e il premio di maggioranza al partito unico”).

Senza dimenticare la riforma del lavoro del Jobs Act: “Oltre a non condividere il merito – dice Bindi -, io ho voluto prendere le distanze dal messaggio che il premier ha costruito in questi mesi. Le sue parole hanno scavato un solco tra il governo, il segretario del Pd e il mondo del lavoro, la parte più sofferente dell’Italia”. Bindi sottolinea anche il calo del consenso nei confronti del premier e critica duramente la sua dichiarazione sui numeri dell’astensionismo alle regionali di Emilia Romagna e Calabriamai così bassa sulla via Emilia dal dopoguerra ad oggi (37,67 per cento) e ferma al 44,07 per cento a sud. “La non grande affluenza è un elemento che deve preoccupare ma che è secondario”, aveva infatti commentato Renzi poco dopo i risultati.

Una dichiarazione “molto grave” per Bindi, che sul Corriere spiega: “L’astensionismo è un problema per la democrazia di un Paese, per il Pd e anche per il governo”. Poi rimarca che “se alle Regionali avessero votato gli stessi elettori delle Europee dovremmo dire che oggi il Pd è tornato al 30%, un numero più vicino al 25 di Bersani che non al 41 di Renzi“. Quindi, “il voto di domenica dimostra che è iniziata la parabola discendente, anche di Renzi”, che Bindi paragona a Grillo, Salvini, e al “Berlusconi dei primi anni. La rottura della politica col Paese reale è profonda e sembra rimarginarsi quando gli italiani si affidano al salvatore di turno, per poi delusi andare a ingrossare l’unico partito che vince, quello dell’astensione”.