Alla vigilia di elezioni apparentemente inutili (ma attenzione: in politica nulla è mai scontato e Shinzo Abe potrebbe finire per pentirsi di una scelta che due giapponesi su tre dichiarano di non comprendere e non condividere) ho rispolverato un mio vecchio contatto nel mondo della yakuza, Tsuchiya san, e l’ho raggiunto, un paio di sere fa, a Kabuki-cho, uno dei quartieri più “vispi” della metropoli più vispa e variegata del mondo: Tokyo. Volevo capire se è vero che la yakuza è, come dire, un po’ in subbuglio, e che non voterà, né farà votare compatta, il suo partito.

“Solito posto?”, mi ha chiesto subito Tsuchiya, ben sapendo che avendolo contattato, avevo bisogno di chiedergli qualcosa. Ma anche che adoro il minuscolo locale dove ci siamo conosciuti oramai quasi vent’anni fa, un posto che avevo scoperto per caso durante un’inchiesta sul gioco d’azzardo e dove mi iniziò (pentendosene perché poi spesso l’ho battuto) al chin-chin rorin, uno dei giochi di dadi più popolari e a bakappana, una via di mezzo tra lo scopone ed il tresette che si gioca con minuscole carte a tema bucolico.

Lo Swan (Cigno), il locale in questione, ha nel frattempo cambiato tre volte gestione, ma l’interno è rimasto lo stesso, identico per quanto riguarda design e atmosfera, a quello di centinaia di altri ritrovi del genere. Il bancone dove si appoggiano gli avventori di passaggio o che non hanno voglia di giocare, la collezione di bottiglie “personali” dei clienti, alcune delle quali ricoperte di polvere. Segno che i loro propretari, nel frattempo, possono essere deceduti, arrestati o comunque scomparsi (i giapponesi hanno un termine molto elegante, per definire quest’ultima categoria: johatsusha, gli “evaporati”). E poi l’immancabile, bassissimo divanetto di colore scuro, in finta pelle, dove la gente si siede per giocare, bere e chicchierare. Il tutto in quattro, forse cinque metri quadri, toilette e lavandino compresi. Quando arriviamo noi non c’è nessuno. “Ecco l’Abenomics”, scherza subito Tsuchiya. Meglio così, penso. Così non c’è bisogno di presentazioni e possiamo cominciare subito a chiacchierare. Un conto è farcisi trovare, in un posto del genere, un conto è entrare e doversi in qualche modo presentare ad un gruppo di compari che per quanto alticci e presi dal gioco l’occasione per un paio di battute con il gaijin (straniero), merce rara, in questi tuguri, non se la lasciano scappare.

Ai giapponesi piace giocare. Eccome. Piace giocare e anche scommettere. Una vecchia tradizione medievale, quanto meno, quando i bakuto, antenati dei mafiosi odierni, giravano per il paese intrattenendo e derubando, ma con una certa destrezza, i poveri contadini già vessati dal duro lavoro nei campi e dalle tasse imposte dai daimyo (i locali vassalli). Una tradizione che conservano tuttora, gelosamente, anche se spesso la nascondono, visto che, teoricamente, e salvo alcune eccezioni (lotterie, cavalli, motoscafi e biciclette) il gioco d’azzardo, in Giappone, è vietato. Si fa per dire.

Il fatturato del solo pachinko, simbolo dell’ipocrisia istituzionale che regna nel settore (le vincite non dovrebbero essere in denaro, ma accanto ad ogni locale c’è un botteghino che converte i “gettoni” in contanti. Il tutto sotto la “supervisione” di un ente pubblico, Secta, dove vengono paracadutati poliziotti in pensione) ha superato, l’anno scorso, i 130 miliardi di euro. Il doppio dell’intero export di autovetture, tanto per dare un’idea. Tra i primi venti paperon de’ paperoni del Paese, secondo l’autorevole rivista Forbes, ben 5 sono magnati del settore. E tutti di origine coreana, tant’è che una buona parte dei profitti viene “girata” al regime di Pyongyang, cui la maggior parte della comunità coreana giapponese è riconoscente perché a differenza della Corea del Sud concede loro, se ne fanno richiesta, un passaporto.

Kunio Busujima, Hang Chang-woo e Yoiji Sato, tanto per citare i primi tre padroni delle palline, “valgono” oltre dieci miliardi (di dollari) e dirigono, attraverso società pressoché sconosciute ma regolarmente quotate in borsa come la Universal, la Maruhan, la Dynam e la Sankyo, un vero e proprio impero dell’azzardo: un giapponese su cinque infatti, gioca – ancora oggi – regolarmente al pachinko (per le donne la percentuale è minore, una su 11, ma in aumento), ed il giro d’affari, compreso l’indotto (prestiti a strozzo, che spesso raggiungono tassi spaventosi) pare sia almeno il doppio di quello ufficiale.

Tsuchiya è già al secondo shochu, la grappa di patate, pronto per un bella domanda a bruciapelo. Perchè ce l’hanno tanto con Abe, i signori del gioco? “Perché sta combinando un sacco di pasticci. Con la sua proposta di legalizzare il gioco d’azzardo e di aprire una serie di casinò rischia di sollevare un putiferio. A noi dell’Iva al 5 o al 10% non ce ne frega nulla. Ma del futuro del nostro business sì”. Corre voce, e Tsuchiya nel corso della notte me lo confermerà fornendo una serie di dettagli e divertenti aneddoti, che il mondo del gioco d’azzardo ufficiale sia molto preoccupato per una delle idee che il premier Abe, in attesa che i cittadini ricomincino a spendere in beni e servizi, ha buttato giù per far cassa.

Aprire i casinò. Non che sia una cattiva idea. Visto che i giapponesi, peraltro grandi risparmiatori, preferiscono giocarsi una parte del reddito, anziché comprarsi l’ennesimo gadget elettronico o cambiare macchina, tanto vale rassegnarsi e tassare il gioco. Un’idea che sembava abbandonata ma che se dovesse rivincere le elezioni – evento dato per scontato – Abe ha tutte le intenzioni di portare avanti. Ma che rischia di mettergli contro un mondo che alle elezioni ha sempre premiato il partito liberaldemocratico.

“C’è un tizio – spiega Tsuchiya – che ha appena deciso di investire 200 milioni di dollari per aprire un migliaio di nuovi locali. Mille, dico, non una decina. Pensa che oggi ne possiede meno della metà. La decisione è già presa, molti locali sono già in costruzione. Sono locali di nuova concezione, dotati di ristoranti, terme, sale relax. I pachinko del 21mo secolo, dove non si fuma e dove al posto della musica assordante di oggi ci sarà musica classica, addirittura lirica. Uno l’hanno già aperto, a Nagoya. Se vuoi ci andiamo assieme, una volta. Così finalmemte impari a giocare”. Quando vuoi, gli ho risposto, contento di averli rifilato l’ennesima batosta a koi koi, uno dei giochi più semplici da fare con le carte hanafuda, e nel quale ho raggiunto, negli anni, una certa dimestichezza. Che poi non so. Non ho ancora capito se sono davvero bravo e fortunato io, o è lui che si diverte a farsi strapazzare dal gaijin.

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