Mentre il governo lima il discusso decreto attuativo sull’abuso del diritto, che prevede tra l’altro che l’elusione non sia più contestabile d’ufficio dai giudici, i commercialisti fanno i conti sul “prezzo dell’incertezza” in materia fiscale. E chiedono all’esecutivo, che sta in questi mesi esercitando la delega conferita dalle Camere per riscrivere le regole del fisco, un “intervento legislativo urgente” che garantisca “maggiore stabilità” e coerenza delle norme nel tempo e “rimoduli il regime sanzionatorio, che dovrà essere volto a colpire i comportamenti evasivi e non quelli derivanti dall’irrilevanza o da questioni interpretative”. Non solo: dall’ordine milanese dei dottori commercialisti ed esperti contabili (Ocdec) arriva la proposta shock di “ridurre del 50% in due anni tutti gli adempimenti che richiedono inutile impiego di tempo”, sono “costosi nella realizzazione” e “gravosi nei controlli”. Il procuratore aggiunto del Tribunale di Milano Francesco Greco ha sottolineato però, durante la tavola rotonda dopo la presentazione delle ricerche, che ”la complessità del sistema deriva dall’alta evasione fiscale“.

Le richieste prendono le mosse da due ricerche sui costi che le medie e le grandi aziende sostengono, in Italia, per adempiere agli obblighi ordinari e straordinari verso il fisco. Dal semplice calcolo e versamento delle tasse dovute alle ore di lavoro necessarie per mettere a punto operazioni di finanza straordinaria o regimi IVA di gruppo e determinare le politiche di trasferimento dei prezzi (in gergo transfer pricing) tra aziende dello stesso gruppo.

Secondo i commercialisti, una media impresa deve mettere in conto in media 137 ore lavorative, pari a 17 giorni, solo per gli adempimenti ordinari (Iva, Ires, Irap, spesometro). E nel 50% dei casi i successivi rilievi dell’Agenzia delle Entrate sono stati determinati proprio da situazioni di incertezza e dalla variazione delle norme tributarie in corso d’opera. Non solo: il 30% dei contenziosi fiscali, lamentano i professionisti del settore, potrebbe essere risolto dal contribuente in autotutela, cioè semplicemente provando alle Entrate di aver agito in modo corretto e chiedendo una revisione dell’atto che ritiene illegittimo. Ma archiviare così la pratica risulta spesso impossibile perché l’agenzia non esamina in tempo utile la documentazione ricevuta. Con il risultato che bisogna arrivare davanti al giudice.