La prima vittima nell’amministrazione, dopo le elezioni di medio termine. Soprattutto, la prima vittima per una gestione delle crisi internazionali, in particolare quella dell’Isis, che ha rivelato più di un errore. Chuck Hagel, il segretario alla Difesa americano, abbandona il suo posto. Proprio con Hagel al suo fianco, in un discorso dalla Casa Bianca, Barack Obama ha riconosciuto al suo ex-collaboratore di “non essere stato un segretario alla Difesa come gli altri” e di aver traghettato il Pentagono “in un periodo quanto mai difficile”. Nonostante questo, il presidente ha chiesto, e ottenuto, le sue dimissioni.

L’insoddisfazione di Obama per la gestione delle crisi internazionali era nota da tempo, ma nessuno immaginava un precipitare così veloce della situazione. Fonti della Casa Bianca spiegano che Obama e Hagel si sono visti diverse volte, nelle ultime settimane, e durante questi incontri è emersa la necessità di un cambio della guardia ai vertici del Pentagono. “I prossimi due anni necessitano di un tipo di impegno differente”, hanno spiegato le stesse fonti al New York Times, il primo organo di stampa a dare la notizia dell’addio di Hagel: “Non è stato un licenziamento. Il presidente e il segretario hanno riconosciuto, insieme, che è giunto il momento di dare nuovo slancio”.

In realtà, sino a qualche settimana fa, Chuck Hagel ha sempre pubblicamente affermato di voler concludere il suo mandato nel 2016, con l’uscita di Barack Obama dalla Casa Bianca. Anche quando, con il risultato delle elezioni di midterm, l’elettorato ha clamorosamente bocciato molte delle politiche sin qui seguite dall’amministrazione, Hagel non ha mai lasciato trapelare l’intenzione di abbandonare il suo posto, o anche soltanto l’esistenza di dissidi profondi con Obama. Il rapporto tra i due, del resto, è sempre stato stretto e profondo; sin da quando Obama e Hagel sedevano nel Senate Foreign Relations Committee e si opponevano, da opposti fronti, alla guerra in Iraq. Se l’opposizione di Obama era quella di un democratico vicino (allora) ai movimenti pacifisti, la contrarietà alla guerra di Hagel discendeva dall’esperienza del conflitto in Vietnam, cui aveva partecipato e dove era stato decorato al valor militare.

Anche come riconoscimento del legame di amicizia stretto ai tempi del Senato, Obama due anni fa aveva chiamato Hagel come capo del Pentagono. Hagel era l’unico repubblicano scelto per il secondo mandato e portava a Obama lealtà, esperienza nel settore internazionale e della Difesa,  ma soprattutto la certezza che mai Hagel avrebbe potuto davvero agire in modo indipendente e contro l’avviso di Obama. Dopo l’esperienza di un segretario alla Difesa “forte” come Robert M. Gates – protagonista di scontri epici con Obama e che, non a caso, ha da poco pubblicato un libro che relaziona dei suoi dissidi con la Casa Bianca – il presidente aveva bisogno per il Pentagono di un politico onesto, esperto ma non particolarmente conflittuale. Chuck Hagel, appunto.

Lealtà ed esperienza non sono però bastati. Hagel non è mai riuscito a far davvero breccia nell’entourage di Obama. Testimoni raccontano che, alle riunioni dell’amministrazione, spesso Hagel se ne restava in silenzio, preferendo parlare a fine meeting – e privatamente, col presidente – per evitare fughe di notizie. L’alterità rispetto al “cerchio magico” di Obama non è però mai stata in qualche modo bilanciata da una forte influenza all’interno del Pentagono. Il veterano Hagel non è mai davvero piaciuto ai militari, per la sua prudenza nei confronti di qualsiasi azione militare e per l’opera di riduzione del budget del Pentagono che Hagel, proprio su indicazione di Obama, si era assunto.

Alla fine, all’ormai ex-segretario alla Difesa, era rimasto davvero poco: sovrintendere sul ritiro delle forze americane dall’Afghanistan; gestire l’attività di quelle rimaste in Iraq; tagliare, appunto, il bilancio della Difesa. A nessuno sfuggiva però che il vero uomo forte del Pentagono era ormai il generale Martin E. Dempsey, capo di Stato maggiore, non a caso l’uomo che ha rappresentato la faccia pubblica dell’amministrazione in tutte le più recenti crisi internazionali. E a nessuno peraltro è sfuggito che Hagel non abbia saputo imprimere un’azione incisiva e personale in nessuna di queste crisi: dall’Ucraina all’Iraq alla Siria. Soprattutto la sua strategia contro l’Isis è finita sotto il fuoco incrociato di falchi e colombe. Postulando un intervento modesto delle truppe di terra, insieme a quelle dal cielo, Hagel ha finito per scontentare tutti e non convincere davvero nessuno.

Alla fine, dunque, è arrivata la richiesta di dimissioni, per il 68enne Hagel, che fino all’ultimo ha mostrato il meglio di sé, nelle occasioni pubbliche, rievocando gli anni del Vietnam. A questo punto si fanno già i nomi dei suoi possibili successori: in cima alla lista ci sono Michèle A. Flournoy, ex-vice segretario alla Difesa (sarebbe la prima donna a capo del Pentagono); il democratico Jack Reed, senatore del Rhode Island con un’ampia esperienza militare; e Ashton B. Carter, anche lui vice al Pentagono tra il 2011 e il 2013, particolarmente ferrato nelle questioni della tecnologia applicata alla sicurezza nazionale.

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