La lista è lunga: c’è la sanità, strozzata da tempi d’attesa interminabili, precariato e carenza di personale. C’è il lavoro: le aziende continuano a chiudere e la disoccupazione non accenna a diminuire. Poi c’è la burocrazia, che nel nord dell’Emilia ingolfa la ricostruzione post sisma e post alluvioni, l’immigrazione in crescita, la pubblica amministrazione che spreca soldi pubblici mentre le famiglie sono costrette ridurre il carrello della spesa. I nodi da sciogliere lasciati in eredità dalla giunta guidata da Vasco Errani al nuovo governo regionale sono molti e urgenti. Da un lato, infatti, il bilancio il parlamentino in carica tra il 2010 e il 2014 conta, ad esempio, la prima legge quadro d’Italia contro le discriminazioni di genere e la prima normativa che riconosce l’economia solidale come modello alternativo a quella tradizionale. Dall’altro lato, però, a pesare su quest’ultima legislatura ci sono le spese pazze e le contestazioni della Corte dei Conti, vicende che trasversalmente hanno coinvolto tutti i partiti eletti in viale Aldo Moro. Così, mentre alle urne si chiude (anticipatamente) l’epoca di Errani – la sua longevità è stata interrotta per motivi giudiziari, i candidati alla successione guardano alle priorità, che superato il demone dell’astensionismo restano legate a un territorio ancora alle prese con la crisi.

Dal punto di vista legislativo, dal 2010 a oggi, sono diverse le medagliette che la Regione uscente si è appuntata sul petto: oltre alla prima legge quadro d’Italia contro le discriminazioni di genere e alla prima norma che riconosce l’economia solidale quale modello alternativo a quella tradizionale, c’è il via libera all’uso dei farmaci a base di cannabinoidi nelle strutture del servizio sanitario regionale. O le linee guida sulla fecondazione eterologa, gratuita in Emilia Romagna, e la legge regionale sulla pet therapy nelle strutture sanitarie.

Ma per quanto riguarda la sanità, ad esempio, molto resta da fare per risolvere le criticità principali del settore: liste d’attesa lunghissime, carenza di personale e precariato. A inizio novembre la giunta uscente ha varato la delibera che ridistribuisce 220 milioni di euro (provenienti soprattutto dal Fondo sanitario nazionale) per completare la programmazione sanitaria regionale del 2014. Un tesoretto che servirà a stabilizzare 1.000 precari in corsia, ad ammodernare il patrimonio strutturale e tecnologico (100 milioni), migliorare i tempi d’attesa, a partire dall’allargamento delle fasce orarie e dei giorni di attività degli ambulatori (15 milioni), e ad aumentare gli assegni delle persone affette da gravissime disabilità (1,1 milioni). Ora però i provvedimenti vanno tradotti nel concreto, sindacati e medici per esempio non sono stati ancora consultati, e per il futuro da Roma sono previsti nuovi tagli.

Poi c’è la questione soldi pubblici a disposizione degli eletti in Regione. La terza giunta Errani ha usato la mannaia per ridurre i benefici concessi alla politica (come i vitalizi, aboliti dalla prossima legislatura), e tuttavia il consiglio uscente, ad esempio, avrà diritto a un bonus da 30mila euro (60mila, cifra massima, per chi è al secondo mandato) esentasse. E’ l’indennità di fine mandato, calcolata senza trattenuta fiscale. Un concetto che oggi genera più di qualche mal di pancia tra gli elettori, specie perché quest’ultima legislatura è iniziata male, con il caso dell’ex sindaco di Bologna ed ex vicepresidente della Regione Flavio Delbono esploso pochi mesi prima delle elezioni regionali del 2010, e finita peggio. In primis a causa della vicenda Terremerse, culminata con le dimissioni di Errani, condannato in appello per falso ideologico.

Ma nel mezzo c’è anche l’inchiesta sulle spese pazze dei gruppi consiliari della Regione condotta dalla Procura di Bologna, che vede 41 eletti su 50 indagati per peculato (e in un caso truffa), nessun partito escluso, più la segretaria dell’ex Idv Matteo Riva. Inchiesta che comprende anche le interviste televisive a pagamento, su cui era già arrivata la Corte dei Conti, che a ottobre ha condannato 7 capigruppo regionali a risarcire la Regione per oltre 130mila euro. E che probabilmente avrà un seguito proprio dal punto di vista della magistratura contabile, poiché le carte relative all’indagine penale verranno trasmesse alla Procura della Corte dei Conti, già al lavoro sulle medesime fatture.

E poi le calamità naturali: terremoti e alluvioni. In un’Italia ancora priva di una legge nazionale sulle emergenze, infatti, l’Emilia Romagna si è trovata costretta a ricostruire ciò è stato distrutto a colpi di ordinanze dello stesso Errani che però hanno notevolmente complicato iter già resi tortuosi dalla burocrazia. Così, due anni dopo i fenomeni sismici del 20 e del 29 maggio 2012, a un anno dall’alluvione del gennaio 2014 (a cui ora si somma quella di ottobre nel parmense), l’elenco delle cose da fare resta lunghissimo. Secondo Errani la ricostruzione post sisma ad oggi è al 45%, ma per i sindaci dell’area del cratere si arriverà al 90% solo tra 5 anni. Nel frattempo i contributi arrivano con il contagocce, manca 1 miliardo di euro per le opere pubbliche, più di 1.500 persone vivono ancora nei container abitativi, solo 1.572 dei 14mila edifici residenziali danneggiati dal terremoto a maggio 2014 erano stati ultimati e le 163 su 13mila le aziende rimborsate. Uguali i ritardi sul fronte alluvione: molti interventi di messa in sicurezza dei fiumi, ad esempio, sono ancora in fase di assegnazione.

E proprio le catastrofi naturali che negli ultimi due anni hanno colpito l’Emilia hanno riportato alla ribalta le tematiche ambientali. In particolare il nodo idrocarburi, che ha subito lo stop della giunta dopo che la rivista Science ha rivelato le conclusioni della commissione Ichese, convocata all’indomani dei terremoti del 2012 per fare luce su un eventuale nesso tra le trivelle e le scosse, tenute nel cassetto dalla Regione. Errani, quindi, ha congelato tutti i nuovi permessi a cercare idrocarburi nel sottosuolo emiliano romagnolo, ma sul tavolo restano numerose richieste a trivellare da parte di compagnie nazionali e internazionali.

Questioni che in più di una occasione sono sfociate in manifestazioni o contro le maxi opere targate Pd degli ultimi 10-15 anni, come il Trc o l’autostrada Cispadana. Così come spesso hanno protestato i lavoratori dell’Emilia Romagna, i primi a pagare il prezzo di una crisi economica aggravata anche dalle catastrofi ambientali. Tra aziende fallite, imprese in difficoltà e delocalizzazioni all’estero, gli esempi di vertenze finite in questi anni sul tavolo della Regione non mancano: Omsa, La Perla, Bredamenarini, Bonfiglioli, Moto Malaguti, Firem, Terim, Minarelli Motori, Cesi, Electrolux. Solo per citarne qualcuno. E per primi sono i sindacati a chiedere oggi “una nuova classe politica che abbia intenzione di intervenire in maniera concreta per scongiurare licenziamenti e chiusure”. Perché l’Italia, sottolinea la Cgil, “non sta uscendo dalla crisi e la Regione ha un ruolo chiave per gestire le crisi aziendali”.