Un colosso della Food Valley sull’orlo del precipizio. Parmacotto, storica azienda parmigiana che da quasi quarant’anni lavora nel settore della trasformazione e vendita prosciutti cotti e arrosti, è stata ammessa dal Tribunale di Parma al concordato preventivo. La crisi era nell’aria da tempo, tra tagli e razionalizzazioni dei costi, ma ora il piano di salvataggio per tenere in piedi l’azienda e ridurre il debito nei confronti dei creditori è messo nero su bianco nelle carte depositate dai legali. La richiesta di ricorso al concordato era stata presentata dal presidente Marco Rosi e dal Cda l’11 novembre scorso, e dieci giorni dopo il Tribunale fallimentare, con decreto del collegio di giudici presieduto da Roberto Piscopo, ha accettato l’istanza. Commissari giudiziali nell’operazione saranno Luca Orefici e Antonella Lunini, che seguiranno l’azienda fino al termine della procedura.

Parmacotto aveva avanzato domanda di ristrutturazione del debito con i propri fornitori e creditori finalizzato alla prosecuzione dell’attività, come prevede la legge fallimentare, o di un concordato in “continuità aziendale”, proprio per garantire che l’azienda non chiudesse i battenti. La società ha depositato la lista dei creditori con i relativi importi, di cui il tribunale ha preso atto, e visto che per ora non ci sono richieste di fallimento pendenti, la strada sarebbe proprio quella di un concordato in continuità, che permetterebbe alla società di proseguire dopo la ristrutturazione del debito. Entro il 23 febbraio 2015 l’azienda dovrà presentare il piano di rientro dal debito, che dovrà essere approvato dai creditori, mentre mensilmente dovrà depositare in tribunale la situazione finanziaria aggiornata, che sarà poi pubblicata nel registro delle imprese. Inoltre entro 15 giorni Parmacotto dovrà depositare alla cancelleria fallimentare 80mila euro come accantonamento per le spese di giustizia.

Parmacotto, che ha anche due ristoranti a New York e uno in centro a Parma, proprio pochi anni fa aveva inaugurato una nuova sede nella prima periferia della città ducale. Ora però il periodo d’oro sembra volgere al termine, complice anche la crisi generale dell’economia che ha pesato nei bilanci degli ultimi tre anni. I sindacati hanno espresso preoccupazione per lo stato di crisi in cui versa l’impresa, marchio simbolo di Parma e della Food Valley, che potrebbe avere ripercussioni negative sui 200 dipendenti. Nell’istanza si parla di un necessario utilizzo, a partire dal prossimo anno, di procedure di cassa integrazione per i dipendenti. Nella sede dell’Unione Parmense degli industriali un primo tavolo con le sigle sindacali ha però sancito l’impegno verso la tutela dei lavoratori e la prosecuzione dell’attività, e pare che per ora non siano previsti esuberi, ma solo trasferimenti.

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