E’ apparso tutt’altro che remissivo, o sfiduciato, Barack Obama, nella sua prima dichiarazione pubblica dopo la sconfitta democratica alle elezioni di midterm. “Vi ho ascoltato”, ha detto ai milioni di americani che hanno votato contro le sue politiche. “Collaboriamo”, ha aggiunto, rivolgendosi ai repubblicani, “facciamo delle cose insieme”. In realtà, oltre i toni concilianti, il presidente ha riaffermato la sua intenzione di porre il veto alle leggi che gli giungeranno dal Congresso “ogni volta che non sarò d’accordo”; soprattutto, Obama ha riaffermato la volontà di usare i suoi poteri esecutivi per affrontare il problema più urgente, quello dell’immigrazione.

Obama cerca quindi di non passare i prossimi due anni da “anatra zoppa”. In particolare, in vista delle presidenziali del 2016, il presidente vuole riconquistare il consenso di tutta una serie di gruppi, demografici e sociali, che hanno abbandonato lui e i democratici, a queste elezioni, per le troppe promesse non mantenute. Ecco quindi un elenco delle principali “broken promises” che Obama dovrà, in un modo o nell’altro, cercare di riparare, soprattutto se vuole lasciare la Casa Bianca a un altro presidente democratico.

Immigrazione – E’ la promessa “spezzata” più bruciante, quella che rischia di costare di più, in termini di voti, ai democratici. Già durante la campagna presidenziale del 2008, Obama disse di voler far passare una riforma dell’immigrazione e creare un “percorso verso la cittadinanza” per almeno 11 milioni di immigrati senza documenti, che da anni vivono, lavorano, studiano negli Stati Uniti; il presidente promise anche di bloccare le deportazioni “che separano i padri dai figli”. Sei anni dopo, non è successo niente. Obama ha spinto per la reintroduzione del DREAM Act, che annulla la deportazione dei più giovani, giunti minorenni negli Stati Uniti e che qui hanno vissuto e studiato. Per il resto, appunto, nulla se non promesse reiterate e l’accusa ai repubblicani di bloccare la riforma. Durante l’estate, la Casa Bianca aveva annunciato per settembre l’adozione di un ordine esecutivo in tema di immigrazione (con ogni probabilità, lo stop a una parte delle deportazioni). Anche quell’annuncio è stato disatteso, per paura di non nuocere ai democratici in campagna elettorale. Ora Obama promette di nuovo di intervenire e andare avanti “anche senza l’appoggio del Congresso”. Deve assolutamente farlo, se vuole che gli ispanici tornino a votare in massa per i democratici nel 2016.

Guantanamo – Durante la campagna elettorale del 2008, e poi in una serie di frequenti dichiarazioni, il “professore di diritto costituzionale” Obama promise di chiudere Guantanamo e di far tornare gli Stati Uniti a un’era di rispetto dei diritti dopo gli anni della war on terror di George W. Bush. Nel suo primo giorno da presidente, Obama firmò anche un ordine esecutivo per la chiusura dei “black sites” della CIA in giro per il mondo, dove si torturavano i presunti sospetti. Sei anni dopo, Guantanamo resta aperto, simbolo della guerra continua degli Stati Uniti contro il terrorismo. Obama, a dire il vero, ha provato più volte a chiudere la prigione, ma i repubblicani – e non pochi democratici – gli hanno fatto mancare i fondi necessari per il trasferimento dei prigionieri. Nelle ultime ore è stato rimandato a casa un detenuto del Kuwait, Fawzi al-Odah; ma a Guantanamo restano 148 prigionieri e la prigione è spesso segnata da scioperi della fame e proteste. Anche la promessa i di ristabilire un clima di diritto è stata per larghi versi disattesa. I “black sites” della CIA sono stati chiusi, ma hanno continuato a operare centri di detenzione al di fuori di ogni controllo politico e giudiziario, come la base di Bagram in Afghanistan; i droni non hanno smesso di uccidere – anche cittadini americani, come Anwar al-Awlaki, senza un processo – e alla Casa Bianca è invalsa l’abitudine di incontri del martedì per stilare la “kill list” di presunti sospetti da eliminare senza passare per un tribunale. Una pratica non esattamente in linea con la promessa di maggior rispetto del diritto, che ha provocato proteste roventi da parte della base progressista di Obama.

Politica e denaro – Da candidato alla presidenza, nel 2008, l’allora senatore Barack Obama promise che un voto per lui avrebbe significato un voto per un candidato non toccato dall’influenza degli interessi particolari. A un comizio a Denver, Colorado, Obama disse che “se scegliete il cambiamento, avrete un presidente che non piglia un centesimo dai lobbisti di Washington e dai Super Pac” (i comitati di azione politica che possono raccogliere illimitate somme di denaro). La realtà è stata molto diversa. Soltanto quattro anni dopo, nel 2012, Obama fece largo uso di Priorities USA e di altri gruppi progressisti fonte di finanziamenti illimitati. Nel 2014, i democratici sono diventati anzi il partito più capace di intercettare i fondi dei SuperPac. Secondo dati della Federal Electon Commission, i 24 Super PAC democratici hanno raccolto 37,9 milioni di dollari, contro i 15,6 milioni dei 23 gruppi politici repubblicani.

Cap and Trade – “Come presidente, porrò un limite alle emissioni inquinanti, al livello che gli scienziati dicono sia necessario per frenare il riscaldamento globale: un 80% di riduzione entro il 2050”. Obama lo disse nel 2007, a un incontro del “Real Leadership for a Clean Energy Future”. Anche qui, la promessa non si è realizzata. Dopo esser passata attraverso la Camera, la riforma per un “cap and trade” alle emissioni si è bloccata al Senato dopo la sconfitta elettorale dei democratici nel 2010. Il tema resta però d’attualità. Molti gruppi e osservatori di fede progressista, per esempio Katrina Vanden Heuvel nel suo editoriale su “The Nation” all’indomani della sconfitta di martedì, hanno chiesto a Barack Obama di usare i suoi poteri esecutivi per sorpassare il Congresso e intervenire sul tema del riscaldamento globale.

Minimi salariali – “Aumenteremo il minimo salariale federale a 9,50 dollari entro il 2011”. Lo disse Barack Obama nel 2008. Il minimo salariale federale resta a 7,25 dollari all’ora, deciso nel 2009, nonostante la maggioranza degli americani sia favorevole ad aumentarlo. Il mancato rialzo ha danneggiato Obama, ha dato l’impressione di una ripresa economica che non si traduce davvero in un maggior benessere e resta uno dei temi che i democratici devono assolutamente affronta re, se vogliono rinsaldare la loro base elettorale. La sfida è stata così riassunta dalla democratica progressista Elizabeth Warren, senatrice del Massachussetts: “I minimi salariali dovrebbero essere di 22 dollari all’ora, per tenere il passo della produttività dei lavoratori americani”.