La toppa diplomatica è peggio del buco. Il governo ha risposto a due interrogazioni parlamentari sulla morte di Salvatore Diaferio, il cittadino romano indigente deceduto il 30 settembre in Messico a distanza di due mesi da una richiesta di rimpatrio che l’Ambasciata non gli ha mai concesso (link). Di che cosa è morto, di questo si parla. Ma la risposta è una ricostruzione che non sta in piedi dall’inizio: l’ambasciatore non dice la verità, un papabile ministro degli Esteri lo copre, il sottosegretario gli va dietro. E tutti finiscono per rifilare al Parlamento una sorta di “balla d’ufficio” con cui sedare le polemiche. Siamo nelle condizioni di provarlo, assumendocene la responsabilità.

Le interrogazioni, a firma del M5S e del Pd, chiedono al Ministro di fare chiarezza sulle circostanze e sulla dinamica dei fatti che hanno portato l’anziano a dormire per strada e all’aeroporto di Cancun, a trascinarsi più volte al consolato di Playa del Carmen per perorare il rimpatrio fino al giorno in cui si è accasciato a terra, proprio di fronte al consolato. I primi sospetti che nella vicenda si potesse configurare qualcosa di simile a un’omissione di soccorso da parte della diplomazia, ai danni del connazionale, erano emersi in seguito alla denuncia alla Procura della Repubblica di Roma dell’ex console onorario di Playa del Carmen, Andrea Sabbia, al cui ufficio si era rivolto l’anziano il primo agosto attivando la procedura di rimpatrio.

Per due mesi il pensionato chiede un prestito di 350 euro per il rimpatrio. L’ambasciata glielo nega e spenderà quattro volte tanto per i suoi funerali

Il giorno stesso della morte del Diaferio il console aveva protestato per l’inerzia dell’Ambasciata sostenendo di aver inoltrato fin dal primo giorno, tramite il suo ufficio, tutte le informazioni necessarie per farsi autorizzare l’erogazione di un prestito consolare motivato dalle critiche condizioni in cui versava l’anziano, che non partirà mai e sarà seppellito a 10mila km da casa. L’unica cosa che partirà dall’Ambasciata del Messico, proprio il giorno in cui è deceduto il Diaferio, sarà invece una richiesta di “revoca” dell’incarico al console che aveva alzato la voce dopo otto anni di servizio. A dare seguito alla richiesta sarà il Direttore Generale per le Risorse Elisabetta Belloni, a sua volte ambasciatrice, uno dei nomi che si facevano nelle ultime settimane per la poltrona di ministro degli Esteri: il 3 ottobre disporrà la revoca “visto il messaggio 1048 del 30.9.2014 dell’Ambasciata di Città del Messico” (leggi il documento). Il Ministero sarà poi costretto a precisare che le due vicende non sono collegate, nonostante la coincidenza temporale induca a pensare il contrario. Sarebbero emersi infatti “gravi illeciti amministrativi”, proprio quel giorno e dopo 8 anni. Ma il punto non è tanto questo, su cui farà luce il Tar del Lazio, dove pende il ricorso del console (leggi).

Il punto vero è che la versione ufficiale fornita dall’Ambasciata e ribadita al Parlamento presenta lacune e omissioni tali da proiettare ulteriori ombre su tutta la storia. La difesa d’ufficio dell’ambasciatore Alessandro Busacca e del Ministero si basa su due elementi: l’impossibilità di contattare tempestivamente i parenti per chiedere loro di farsi carico del costo di rimpatrio e la mancanza di informazioni sulle reali condizioni dell’anziano. E’ andata davvero così? Il sottosegretario Mario Giro, forse mal consigliato e certo male informato, prende per buona questa versione e riferisce che “In un primo momento il connazionale non ha voluto fornire la lista dei nominativi, comunicando di non essere in buoni rapporti con i familiari. In un secondo momento, lo scorso 15 agosto, si è ricreduto fornendo al Consolato onorario la lista dei nominativi richiesti”. Ed è semplicemente falso.

L’Ambasciata aveva da due mesi i numeri dei parenti da contattare. Ma solo il 25 settembre invierà una nota alla Questura di Roma. Cinque giorni dopo l’anziano muore

Siamo riusciti a recuperare copia del modulo originale di richiesta di assistenza che Salvatore Diaferio aveva compilato il 1 agosto al Consolato onorario di Play del Carmen e tutte le comunicazioni intercorse da allora al giorno del decesso tra quell’ufficio e l’Ambasciata su cui ricade la responsabilità di provvedere alla sicurezza dei connazionali in Messico (apri). E abbiamo scoperto che quei numeri Diaferio li ha forniti subito, il primo agosto, cioè la prima volta che si è recato al Consolato che ha provveduto a trasmetterli via mail due ore dopo all’Ambasciata (che conferma la ricezione del documento). Nel modulo, che si compone di tre pagine, si possono leggere chiaramente nominativi e numeri di cellulare del figlio, del fratello e dell’ex moglie, quelli che l’Ambasciata tutt’ora sostiene di non aver avuto se non 15 giorni dopo.

Ma c’è dell’altro. L’Ambasciatore Busacca, quando il caso è esploso, ci ha dichiarato che fino al 30 settembre e cioè il giorno del decesso il suo ufficio non era stato assolutamente informato che esistesse una situazione di reale pericolo per il connazionale in difficoltà. “Se aveva concesso un’intervista a una tv tanto male non stava”, era arrivato a dire riferendosi a un servizio televisivo registrato due giorni prima del decesso da un emittente locale, incuriosita dalla storia del pensionato italiano prigioniero al terminal di Cancun. Ma la sua morte sarebbe soltanto una tragica fatalità, nulla di imputabile all’operato della rappresentanza diplomatica. Ed è la stessa versione ripetuta in aula dal sottosegretario. Anche questa però non corrisponde al vero.

L’allarme ignorato: “sembra completamente disorientato, ha difficoltà a ricordare, dorme in strada da settimane”

Già leggendo la richiesta di aiuto compilata  il primo agosto era possibile comprendere che la situazione era potenzialmente critica. Nel campo “spiegazione dettagliata dei motivi di assistenza” scrive così Salvatore Diaferio: “Sono stato invitato a venire in Messico a lavorare come gelataio ma tutto ho fatto tranne che il gelataio – Ho dormito in un centro di senza fissa dimora, in un negozio, su panca di legno”. L’anziano attesta di suo pugno di non avere denaro sufficiente ad alimentarsi più di una volta al giorno e di dormire dove capita. Di più. La segretaria del Consolato, tal Carolina Fernández, deve aver ritenuto di trovarsi di fronte un caso delicato perché insieme al documento trasmette all’Ambasciata una sintetica descrizione delle condizioni dell’uomo: “Il Signore chiede assistenza consolare perché vive in strada da diverse settimane (dal suo aspetto fisco non ho dubbi che sia così). (…) Sembra avere difficoltà a ricordare alcuni dettagli, ho dovuto io stessa compilare il modulo perché non ha capito alcune parti, appare completamente disorientato (…) attendo con ansia le vostre istruzioni”.

L’Ambasciata risponde al Consolato illustrando la procedura da seguire: non accorda l’anticipo consolare, nonostante Diaferio si fosse impegnato a rimborsare il costo del biglietto entro marzo, attingendo dai risparmi depositati su un libretto postale in Italia. Neppure menziona questa possibilità, raccomanda invece di esperire il tentativo di contattare i parenti in Italia perché si facciano carico del costo del biglietto. Una strada già esclusa dall’anziano che si rivelerà lunga e infruttuosa: solo il 25 settembre, a quasi due mesi dalla richiesta di aiuto, l’Ambasciata invierà una nota alla Questura di Roma con la richiesta di contatto diretto coi parenti. Si farà appena in tempo a confermare che non è la strada giusta. Cinque giorni dopo Diaferio morirà.

Ambasciata e consolato si rimpallano la telefonata coi parenti: e nessuno chiama

Nel frattempo però dal Consolato venivano trasmessi all’Ambasciata ulteriori aggiornamenti della situazione perché Diaferio, sempre più disperato, continua a chiedere aiuto. Si ripresenta ancora al Consolato il 4 e il 15 agosto, il 23, il 25 e il 30 settembre.  Il 15 la segretaria, diligente, riporta subito alla funzionaria d’Ambasciata senza omettere un’ulteriore nota sulle condizioni in cui l’ha trovato: “Buon giorno. Oggi si è ripresentato il signor Diaferio che è nella stessa situazione. Ho letto la mail (con le istruzioni sui numeri da chiamare) e tutto ciò che ha è un libretto con alcune note. A memoria non ricorda alcun indirizzo e sostiene che è inutile telefonare alla sua famiglia, ma nell’agenda sono riuscita a trovare alcuni contatti che possono essere molto utili (…) sono gli unici che siamo riusciti a ottenere perché il Sr Diaferio le ripeto che ha molte difficoltà a ricordare e a esprimersi“. E nella mail trasmetterà all’Ambasciata anche nuovi numeri, quello di un cugino e di un conoscente. A questa seguono una serie di mail kafkiane, un surreale bisticcio tra uffici che oggi suona come uno scaricabarile a danno del morto: l’Ambasciata chiede al Consolato di attivarsi e chiamare in Italia, il consolato fa presente che non può farlo direttamente perché la stessa Ambasciata gli ha chiesto di cambiare contratto telefonico perché quello da 2.145 pesos (126 euro al mese) è troppo caro. E nell’impossibilità a chiamare prega dunque l’Ambasciata di farlo.

Il 26 settembre la situazione è ormai fuori controllo. La segretaria del Consolato scrive l’ennesima mail all’Ambasciata. Spiega che ha chiamato lì una signora (tal Mayra Gutierrez Sampieri, con tutta probabilità la donna della coppia che aveva invitato Diaferio a venire in Messico per avviare la gelateria) per segnalare che Salvatore ormai è ufficialmente scomparso. “La signora è molto preoccupata perché come ribadito in precedenza, il signor Diaferio è mentalmente instabile e può essere in pericolo”. Le ultime righe suonano quasi profetiche: “Vi prego di prendere atto di questa situazione per prevenire gli eventuali problemi che potranno insorgere nei prossimi giorni”. Il 30 l’ultima chiamata. Diaferio, stremato, viene portato al Consolato dalla Polizia Turistica che lo ha trovato in stato confusionale. Pochi minuti dopo Salvatore si accascerà a terra proprio di fronte al Consolato, dopo aver passato anche la sua ultima notte come un vagabondo all’aeroporto di Cancun.

Ambasciata d’Italia, Salvatore è morto noi no. Le polemiche al funerale

I suoi funerali, visto il disinteresse dei parenti, saranno ripagati dall’ambasciata con la beffa finale: non voleva “prestare” 350 euro all’uomo da vivo, spenderà quattro volte tanto da morto pur di placare le polemiche. Alla cerimonia sarà presente solo una delegazione degli italiani di Playa del Carmen che sono stati scossi dal caso e che ancora chiedono spiegazioni e giustizia. A margine della funzione cartelli, striscioni, messaggi espliciti di accusa all’Ambasciata e alle istituzioni italiane per come hanno gestito il caso (foto). Intanto il consolato che serve circa 10mila italiani e 150mila turisti è senza console. E la concatenazione delle bugie d’ufficio si perde ormai nei dettagli: “Si avverte che il consolato è chiuso per ferie dal 10 ottobre”, è il messaggio di risposta automatica dell’ufficio temporaneamente soppresso. Il primo caso di ferie senza un termine di uno sportello pubblico. Su quel che è accaduto in Messico, del resto, la verità è in vacanza da tempo.