Era il 28 giugno quando si diffuse la notizia che i peli trovati sul corpo Yara Gambirasio non erano di Massimo Giuseppe Bossetti, l’uomo indagato per l’omicidio della tredicenne e per questo in carcere dal 16 giugno scorso. Tra le duecento tracce pilifere trovate sul corpo della vittima, che fu trovato tre mesi dopo la scomparsa nel campo di Chignolo d’Isola (nella foto), due appartengono a una stessa persona. Impossibile, come riporta il Corriere della Sera, stabilire a chi appartengono e anche se si tratti di un uomo e una donna. La relazione dei periti incaricati non è stata ancora completata. Allo stato quindi l’unica traccia di rilievo trovata è il Dna, rintracciato sugli slip e sui leggings della ginnasta, che per la Procura di Bergamo appartiene a Bossetti.

A breve il tribunale del Riesame di Brescia deciderà sull’istanza di scarcerazione presentata dai legali. Lo scorso 15 settembre il giudice per le indagini preliminari di Bergamo aveva rigetto la richiesta sostenendo che esistono “gravi indizi e pericolo di reiterazione del reato”Al muratore di Mapello, che ha sempre dichiarato la sua innocenza, gli investigatori sono arrivati dopo due anni e mezzo di indagini. Partendo proprio dalle tracce lasciate sul cadavere della piccola: sono stati analizzati migliaia di profili genetici fino ad arrivare a quello di Giuseppe Guerinoni, padre biologico di Ignoto 1 (come per anni i detective hanno chiamato il killer), che dal 16 giugno – secondo la Procura di Bergamo – ha il volto di Bossetti.

A gravare sulla posizione di Bossetti ci sono gli indizi individuati subito dopo il suo fermo poi convalidato: come la vicinanza e la frequentazione dei luoghi dove Yara passava; i tabulati telefonici che lo collocano nella zona di Brembate Sopra il giorno e nell’ora della scomparsa delle ragazzina; la polvere di calce nei polmoni e sulle ferite della vittima; e il furgone bianco immortalato nelle immagini di una telecamera con una particolarità unica.