Una riforma su cinque, non di più. E’ questo il rapporto numerico tra le cose annunciate e quelle fatte dal governo. A certificarlo è la nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2014 approvata dal Consiglio dei Ministri il 30 settembre. Si sa che è una sorta di libro dei sogni che si scrive a marzo e si corregge a settembre. Ma in questa occasione, il Def 2014 diventa il documento che rende evidente la dissociazione tra annunci e fatti del governo Renzi.

La nota, presentata la scorsa settimana dai ministri Padoan e Delrio, paga pegno all’ottimismo del premier tra qualche svarione, molte misure non pervenute e altre rimandate a date da destinarsi nell’orizzonte lungo dei mille giorni. La riforma della legge elettorale resta forse la più emblematica: nel primo documento era data per “approvata entro settembre”, ancora oggi è al palo e nell’aggiornamento del Def viene calendarizzata per il 2015, un anno dopo. Certo non è la sola oggetto di conferenze stampa, slide, tweet e annunci in diretta tv poi rimasta sulla carta.

L’aggiornamento del Def, si diceva, offre un quadro su tutte le azioni del governo. Lo stato dell’arte è ben illustrato da una tabella di sintesi a pagina 71. E’ li che salta fuori con evidenza grafica lo spread tra promesse e fatti. Il titolo è “cronoprogramma per le riforme”. Nella colonna a sinistra viene indicato il periodo, al centro  l’azione del governo con l’elenco dei singoli provvedimenti, a sinistra lo “stato” delle riforme secondo tre categorie: quelle avviate (), concluse () e programmate (). Prima di mettersi a far di conto bisogna segnalare che lo stato “concluso” in realtà va preso con le pinze: la mole di decreti attuativi non ancora pervenuti, ascrivibili al governo Renzi, ha raggiunto quota 240 così che a molte misure date per “concluse”, in realtà, manca la legislazione di secondo livello che le renda operative. Fino ad allora, di fatto, possono essere caricare sul carretto delle leggi inattuate. 

Fatta questa premessa non resta che contare i pallini come a scuola. E qui si scopre la sorpresa su cinque. Fermandosi al 2014 nel nuovo Def sono elencati 38 provvedimenti, altri 15 sono “spalmati” tra il 2014 e il 2018. Ponendo l’asticella del bilancio all’ultimo mese compiuto, settembre, si può notare come i pallini rossi alle singole azioni del governo siano quattro su otto.  Una su due si direbbe, non male. A guardare meglio, contando le singole riforme e confrontandole col vecchio Def, sono uno su tre, non bene. A fare i conti armati di pazienza le riforme concluse sono ancora meno. Nella nota di aggiornamento alcune misure che erano calendarizzate per settembre sono infatti slittate agli anni successivi. Ad esempio la parte di Jobs Act relativa alla conciliazione tra esigenze del lavoro e quelle genitoriali. Secondo il vecchio calendario doveva essere già legge, nel nuovo lo sarà entro il 2015. Stesso discorso per la riforma degli ammortizzatori sociali che doveva arrivare addirittura a luglio. Così il bilancio che emerge dall’analisi dei due documenti ufficiali è ancor più magro: una riforma su cinque. Ancor più pesante il rapporto tra le  misure effettivamente approvate sul totale di quelle avviate: siamo otto su 44, cioé ancora meno di una ogni cinque.

Gli stati conclusi riguardano la prima parte del Jobs Act (all’appello ne mancano quattro), il “piano casa”, le misure di alleggerimento Irpef e Irap, il rafforzamento all’aiuto per le imprese se (Ace), la riforma della giustizia civile e il sostegno al settore agricolo. Provvedimenti certo importanti ma sicuramente minori rispetto alle 24 misure  “avviate” che contemplano interventi molto attesi: dal piano per il turismo agli investimenti in ricerca e sviluppo, dalla garanzia giovani alle misure per la lotta alla corruzione e all’illegalità nella pubblica amministrazione. Una per tutte va segnalata, sia perché al centro del dibattito e delle polemiche di questi giorni sia per lo svarione con cui è stata scritta. Un lapsus rivelatore del differenziale annunci-fatti, a sua volta figlio dell’equivoco tra termini e scadenze che ha il pregio di garantire sempre e comunque l’effetto annuncio. Nel nuovo documento “l’approvazione della legge sulla Voluntary Disclosure” è indicata a settembre. Sarebbe una notizia bomba, gli evasori avrebbero le ore contate. Ma naturalmente non è così. 

Chi non ha letto i giornali negli ultimi giorni deve sapere che si tratta della riforma basata sulla collaborazione volontaria con cui si vuol favorire il rimpatrio dei capitali esteri non dichiarati. La stessa che da settimane è incagliata in commissione Finanze dove non si riesce a trovare la quadra tra il bastone e la carota: la legge dovrebbe consentire agli evasori di emergere ma senza farli incorrere nel reato di autoriciclaggio. Al momento prevale l’ortaggio, perché si è deciso di non punire chi spende i proventi dell’evasione per se stesso. Aldilà della questione, oggetto di polemiche e mediazioni tra e dentro i partiti, il fatto è che quella riforma è assolutamente al palo, meno che mai approvata come invece si legge nel documento ufficiale del governo. Se sarà legge entro la fine dell’anno c’è da brindare, visto che aprirebbe le porte all’ormai fantomatico accordo con la Svizzera sui capitali esportati illegalmente. Ma intanto il documento, con i suoi svarioni, finirà a Bruxelles insieme alla finanziaria e sarà valutato attentamente per stabilire se le riforme fatte e messe in cantiere siano compatibili con una deroga di al Fiscal compact. 

E il taglio alle bollette? “Da oggi le piccole e medie imprese…” pausa, silenzio, correzione. “Non da oggi… dall’entrata in vigore del decreto, avranno anche il risparmio del 10% sulle bollette”. Il piccolo cameo documenta in pochi secondi la foga di annunciare la cosa per fatta quando non lo è.  Perfino Matteo Renzi se ne rende conto mentre la dice e si corregge da solo. 

Nel caso specifico annunciava le misure destinate a ridurre il costo energetico per le Pmi come cosa fatta a giugno. In realtà nel Def di marzo era indicata entro settembre. Siamo però a ottobre e quella stessa misura, tre mesi dopo, è ancora largamente al palo tra rimodulazione degli importi e decreti attuativi.   Infatti non compare tra gli stati “conclusi” bensì col pallino bicolor degli “avviati”. Dove avviato può voler dire, ed è questo il caso, profondamente cambiato. E infatti il taglia bollette uscito dal Cdm è stato profondamente ridimensionato rispetto alla versione originaria: da 1,5 mld a 800 milioni per poi arrivare alla cifra stabilità solo nel 2015 e attraverso “atti normativi e di indirizzo successivi”. Quindi non “da oggi”, come diceva Renzi presentando il ddl, e neppure da domani. Ma chissà quando. 

Il cronoprogramma si spinge fino al 2018 e quindi permette uno sguardo sul futuro. Per come è impostato il documento sembra implicito che il calendario renziano procederà ancora slegato da quello gregoriano, spaziando negli anni con grande libertà e senza scadenze precise: 9 riforme sono previste genericamente tra il 2014 e il 2015, altre 4 entro il 2016 e due fino al 2018. Quasi una garanzia: tra le tante cose in cantiere non c’è l’intenzione di cambiar verso all’annuncite.