«Io sono solo uno che fa l’orto. Semino, osservo, curo e raccolgo. Ma quando compio queste quattro azioni, io non faccio, io costruisco». Stefano Montello è, appunto, uno che fa l’orto. Musicista e agricoltore friulano, da qualche anno responsabile di una fattoria sociale in provincia di Udine (Volpares), le sue quattro azioni ha deciso di raccontarle nel libro “Manuale ragionato per la coltivazione dell’orto” appena uscito per Forum Editrice con una nota introduttiva del poeta Pierluigi Cappello.

Non aspettatevi una guida sulle ultime tendenze dell’orto sul balcone, quanto piuttosto una sorta di trattato all’antica che mette insieme agronomia, filosofia, geometria e poesia, scritto da uno che sui campi ci vive da più di trent’anni. E che la parola orto lo scrive con la ‘O’ maiuscola. Perché l’orto è, prima di tutto, «metafora delle vita e della conoscenza», come dice lo scrittore ortolano.

La prima parte del libro ci porta in una dissertazione tra i quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco) e i cinque sensi (olfatto, udito, tatto, vista, gusto). Capiamo così che per fare l’orto bisogna essere dotati «di una buona e sana costituzione fisica e psichica» ovvero di «curiosità, costanza, dedizione, passione, forza e un po’ di follia». Servono poi «una motozappa e qualche litro di nafta; quattro lamiere per mettere al riparo gli attrezzi agricoli e il trattore quando piove e sapere che la pioggia in prossimità del solstizio di giugno può risvegliare gli gnomi della terra». E non è tutto: bisogna pure avere «una risata franca, degli amici che ti aspettano per ore perché i lavori nell’orto non si lasciano mai a metà e un partner che capisca la tua malattia per l’orto. Infine la cosa più importante: fregarsene dei soldi».

Montello ci porta poi nel vivo del manuale con 17 schede per la coltivazione di altrettanti frutti e ortaggi. Scopriamo qui il portamento «fiero ed abbastanza affidabile del cetriolo», anche se nel piatto è partner di secondo livello rispetto al pomodoro o all’insalata. E il carattere «potente e vanitoso» dell’asparago, pianta maschile per eccellenza, «che produce due mesi all’anno e gli altri dieci riposa e che sembra forte e resistente ma sotto sotto è fragile e piuttosto codarda». La pianta dell’anguria, invece, all’apparenza minuta e filiforme, porta a maturazione anche 50 chilogrammi di frutti. Ha costanza, forza e un’anima d’acciaio. È quindi pianta femmina.

Fare l’orto, ci suggerisce infine Montello, non è solo una sorta di arte marziale o pratica zen. «È una virtù sciamanica. Uscire da noi per entrare nel cuore del mondo. Nella natura. Con amore».

di Natascia Gargano

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